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Cardito, colpito il clan Ullero: estorsioni e minacce con armi esplosive

Di La Redazione16 Luglio 2026 - 20:522 ore fa 6 min di lettura
Cardito, colpito il clan Ullero: estorsioni e minacce con armi esplosive

Napoli – Oggi si è chiuso un capitolo oscuro per la criminalità partenopea, con la condanna di una delle consorterie mafiose più temute della provincia. Un totale di oltre 150 anni di carcere è stato inflitto ai membri del clan di Cardito e Carditello, in un giudizio che segna un passo decisivo nella lotta contro la malavita. La sentenza, emessa dal gup Alessandra Zingales, smantella una rete di potere che ha soffocato l’economia locale per anni.

Tra le condanne più severe, spiccano i 18 anni inflitti a Giuseppe De Simone, il nuovo stratega della piazza di spaccio, e i 16 anni e sei mesi a Rocco Chianese, genero del boss e figura chiave nel traffico di droga. Le sofferenze inflitte alla comunità locale dalla loro azione criminale sono innumerevoli, come dimostrano le testimonianze di molti cittadini.

Secondo quanto riportato dalle prime informazioni disponibili, il capoclan Francesco Ullero, noto come “cul’ ‘e stoppa”, ha scelto di affrontare un processo ordinario, invece di optare per il rito abbreviato. Scarcerato nel 2020 dopo anni dietro le sbarre, Ullero ha immediatamente ripreso il controllo del territorio con rinnovata determinazione.

Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia, condotte dai Carabinieri della Compagnia di Casoria, hanno rivelato un quadro allarmante di estorsioni e traffico di droga. Le microspie degli inquirenti hanno registrato per mesi incontri decisionali all’interno dell’abitazione di Ullero, ricca di riscontri visivi sul sistema di intimidazione instaurato nel quartiere.

“Abbiamo vissuto nel terrore per troppo tempo,” racconta un commerciante del posto, che ha scelto di rimanere anonimo. La malavita ha imposto un “tariffario” per le estorsioni, adattandosi alle finanze delle vittime, specialmente nei settori della costruzione sfruttando le agevolazioni del Superbonus e i fondi del PNRR.

Dove ci si aspettava di vedere quanti coraggiosi fossero disposti a combattere per la loro libertà, la realtà è stata molto diversa. La quasi totalità dei commercianti ha scelto di mantenere il silenzio, alimentando un clima di omertà e rassegnazione che ha facilitato l’operato del clan. Solo un titolare di un’agenzia di scommesse ha avuto il coraggio di denunciare un tentativo di estorsione.

Intanto, resta alta l’attenzione nei quartieri di Cardito e Carditello. La domanda ora è: cosa accadrà a chi potrebbe aver paura di riprendere in mano la propria vita, ora che il clan sembra colpito al cuore? Le prossime ore potrebbero rivelarsi decisive per comprendere se questi primi colpi alla malavita porteranno a un cambiamento duraturo sul territorio o se il potere si ricompatterà in silenzio.A Cardito, la paura è tornata a farsi sentire con forza. Negli ultimi giorni, il quartiere ha visto emergere storie di estorsione e aggressione che gettano un’ombra inquietante sulla vita quotidiana dei suoi abitanti. Imprenditori costretti a pagare “regali” per garantire la propria sicurezza, rapimenti e minacce dominano una realtà che, per molti, sembra lontana anni luce dalla normalità.

Tra i casi più eclatanti c’è quello di un ristoratore locale, ridotto a concedere il proprio locale per festeggiamenti privati, senza alcun corrispettivo. “Non abbiamo scelta, se vogliamo lavorare, dobbiamo accettare”, racconta un giovane imprenditore, visibilmente segnato dalla situazione. La sua storia è solo una delle tante emerse durante le indagini scattate per far luce sui presunti crimini del clan Ullero, un sistema mafioso che agisce senza pietà.

Secondo quanto emerso dalla prima ricostruzione, l’estorsione aveva preso piede con metodi spicci e intimidatori. Le vittime si sono trovate costrette a versare cifre ingenti in contante, a fare regali per “stare in grazia di Dio”: una condizione tossica per chi cerca di fare impresa in un contesto già difficile. “La situazione ha creato molta preoccupazione nella zona”, affermano diversi residenti, incapaci di immaginare come tornare a una vita serena.

Un altro episodio che ha scosso la comunità è l’attacco a due donne e a sua madre, annichilite dalle minacce di chi voleva liberare un appartamento per destinarlo a familiari del boss. “Puoi andartene in pace, oppure pagherai amaramente”, questo l’ultimatum di chi pensava di poter disporre della vita altrui come se nulla fosse. La ferocia di queste azioni ha lasciato un segno indelebile, con molte persone che si domandano se ci sia davvero un futuro sereno per il quartiere.

La vicenda, emersa nelle ultime ore, continua a generare discussione tra i cittadini, stanchi di celare la testa sotto alla sabbia. La solidarietà è palpabile quando alcuni abitanti avvertono che è tempo di reagire. “Non possiamo lasciarci vivere da queste minacce”, afferma un anziano del posto, con un tono che mescola determinazione e preoccupazione.

Restano ora da chiarire gli ultimi passaggi di questa complessa e inquietante vicenda. Quali misure saranno adottate dalle autorità per proteggere i residenti e garantire la legalità? La domanda, ora, resta aperta e il quartiere attende risposte.Nel cuore di Napoli si è consumata una drammatica vicenda di cronaca che ha scosso la comunità del rione Iacp. Un clima di terrore e violenza ha invaso le vite di molte famiglie, costrette a vivere nell’ombra di un clima di paura innescato da minacce e ritorsioni. Il tutto è culminato in un caso di arresto che ha coinvolto un cartello di spaccio accusato di estorsioni, traffico di droga e gestione di armi pericolose.

Due donne, dopo aver subito ripetuti atti di vandalismo, tra cui l’incendio della loro auto e persino del loro bar bistrot, sono fuggite dalla loro abitazione a giugno 2024. Un gesto disperato, il loro, alimentato dalla paura crescente, culminata in un episodio agghiacciante: il ritrovamento di un piccione ucciso con un colpo di pistola sul loro balcone. “Abbiamo sentito un forte rumore e poi il caos”, racconta un vicino, ancora sotto shock.

Nel frattempo, l’attività illecita del clan che controllava la zona era in pieno svolgimento. Il traffico di sostanze stupefacenti, gestito inizialmente da Carmine Polito e Rocco Chianese, è passato nelle mani di Giuseppe De Simone, dopo l’arresto di Polito nel gennaio 2022. Nonostante i cambiamenti ai vertici, il clima di intimidazione è rimasto intatto. I dialoghi intercettati dalle forze dell’ordine mostrano come il clan esercitasse un controllo militare sul territorio, imponendo tangenti sulle piazze di spaccio.

In questo contesto, l’impressionante disponibilità di armi ha aperto nuovi scenari di paura. Pistole calibri 9 custodite in abitazioni con minori e ordigni esplosivi artigianali sequestrati, con la possibilità di generare tragedie immense, hanno messo in allerta le autorità. “Stiamo cercando di ricostruire ogni passaggio”, trapela dagli ambienti investigativi.

La vicenda, emersa nelle ultime ore, ha portato a una serie di condanne significative, con il nuovo leader delle piazze di spaccio, De Simone, condannato a 18 anni di reclusione. Accanto a lui, altri membri del clan hanno ricevuto pene severe, testimoniando un’operazione delle forze dell’ordine tesa a ripristinare la sicurezza nel quartiere.

Nel rione, tuttavia, non mancano preoccupazioni. Tra i residenti, la sensazione che questa storia non sia ancora chiusa è palpabile. In un contesto in cui le dinamiche di potere sembrano oscillare e i gruppi di potere riaffiorano, le prossime ore potrebbero rivelarsi decisive per chiarire il futuro del quartiere e delle famiglie che vi abitano. La domanda, ora, resta aperta: quali saranno le conseguenze per la comunità?