Il crollo dell’«Occhio del Diavolo» sul Vesuvio e il resort abusivo scoperto a Ischia mettono in luce una stessa verità: i controlli non reggono la fragilità del territorio.
Due immagini diverse — una parete che cede, una struttura ricettiva spuntata dove non dovrebbe esserci nulla — ma lo stesso problema di fondo. Tra pendii instabili, costoni frangibili e aree classificate a rischio, la nostra costa e le pendici vulcaniche richiedono misure preventive e una regia chiara che oggi appare a tratti insufficiente. Non è solo questione di abuso edilizio: è la capacità di prevenire, mappare e intervenire in anticipo che manca o è sottofinanziata.
Per i cittadini la questione è concreta: chi vive sotto il Vesuvio o frequenta Ischia non chiede solo sanzioni postume ma reti di sicurezza — cartografie aggiornate, monitoraggi geologici continui, piani d’evacuazione praticabili e controlli più sistematici sugli accessi al suolo. Quando una struttura ricettiva nasce in area a rischio frana, non è solo un reato amministrativo: è una responsabilità che può tradursi in pericolo reale per residenti e turisti, soprattutto nei periodi di piena stagionalità.
Le istituzioni locali e regionali dispongono degli strumenti normativi, ma spesso mancano risorse e coordinamento. Serve una strategia che metta insieme Comune, Città Metropolitana, Regione, Protezione Civile e forze dell’ordine, con uffici tecnici dotati di personale e dati aggiornati. L’approccio emergenziale — intervenire dopo il disastro o dopo la segnalazione — non è più sostenibile in un territorio in cui eventi meteorologici estremi e processi erosivi accelerano i tempi del rischio.
Al centro di tutto c’è una scelta politica ed economica: mantenere la pressione su abusivismo e speculazione edilizia, certo, ma anche finanziare la prevenzione e rendere trasparente la gestione del suolo. Vuol dire investire in monitoraggio, formazione degli enti locali, azioni di messa in sicurezza e, quando serve, riqualificazione delle aree più fragili invece di tollerare soluzioni provvisorie che amplificano il pericolo.
La cifra del problema è semplice e impietosa: non basta riparare la ferita dopo il crollo. Se vogliamo evitare che altri «occhi del diavolo» si aprano e che nuovi resort spuntino dove non dovrebbero, bisogna ricostruire una filiera dei controlli che funzioni davvero, prima che sia troppo tardi.
