La proposta di legge regionale sul fine vita di Villano apre un terreno nuovo: che cosa cambierebbe davvero nell’accesso alle cure palliative per famiglie e malati in Campania?
Non è soltanto un dibattito etico: le norme regionali possono spostare equilibri concreti nei servizi sanitari. Se la legge dovesse riconoscere in modo esplicito più tutele e percorsi per il sostegno al fine vita, l’effetto più immediato sarebbe l’attenzione alla rete di cure palliative: più fondi per l’assistenza domiciliare, potenziamento degli hospice, équipe mobili attive 24/7, e un’integrazione ordinata tra ospedali, ASL e medici di famiglia. Per i pazienti e le famiglie questo significa visita a casa più rapida, accesso a terapie del dolore appropriate e una continuità di cura che oggi spesso manca.
Ma la posta in gioco vera è pratica: in Campania mancano specialisti, infermieri formati e posti letto dedicati in molte aree, specie fuori dal centro città. Una legge regionale potrebbe introdurre voci di spesa specifiche o obblighi organizzativi, ma senza un piano realistico per formazione e organici il rischio è che rimanga sulla carta. E poi c’è il problema della disomogeneità: se l’attuazione dipende dall’impegno delle singole ASL o dei Comuni, le differenze tra Napoli centro e i quartieri periferici o le province potrebbero aumentare, non diminuire.
Un altro nodo è quello giuridico-amministrativo. Regole nuove sul fine vita che richiedono certificazioni, percorsi di accesso o autorizzazioni rischiano di appesantire le pratiche e allungare i tempi proprio per chi ha bisogno di risposte rapide. Non va sottovalutato inoltre l’effetto sulla pratica clinica: ambiguità normativa può indurre medici e infermieri a comportamenti difensivi, con ricorso alla Procura o al rifiuto di interventi sensibili. In assenza di linee guida chiare e tutele per il personale, la legge rischia di generare più incertezza che sollievo.
Infine, sul terreno economico-politico, l’eventuale ampliamento dell’offerta potrebbe vedere il privato colmare buchi organizzativi, con costi aggiuntivi per le famiglie. Il vero banco di prova sarà il dettaglio dell’attuazione: stanziamenti, convenzioni con le ASL, piani di formazione obbligatoria, cartelle cliniche condivise e indicatori pubblici di qualità. Gli effetti più positivi saranno reali solo se la norma andrà a incentivare servizi territoriali, cure pediatriche palliative e assistenza domiciliare rurale, e non resterà uno slogan in campagna elettorale. Chi vive qui lo sa: per i cittadini conta quello che arriva concretamente a casa, non il titolo sulla carta. Vale la pena seguirne l’evoluzione, chiedere numeri e scadenze agli assessorati e controllare che i fondi non restino chiusi nei cassetti della burocrazia.
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