Una decisione del Tribunale di Napoli riapre uno dei capitoli più inquietanti della cronaca della Sanità: l’omicidio commesso nel 2009 nell’Antica Caffetteria di vico Santa Maria del Pozzo, nel cuore del quartiere, che per anni ha segnato la memoria criminale della zona. L’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal GIP Federica Girardi, riporta in primo piano due indagati: Ciro Culiersi e Oscar Pecorelli, entrambi chiamati a rispondere a vario titolo di concorso in omicidio aggravato dalle finalità mafiose e dalla premeditazione.
L’inchiesta attuale nasce in parte da nuove dichiarazioni raccolte tra i collaboratori di giustizia e da quanto emerso dalle testimonianze di chi ha scelto di rompere il silenzio. In particolare, tra i riferimenti chiave figura il racconto del neo-pentito Pietro Polverino, che avrebbe fornito elementi utili per ridefinire i contorni della vicenda e i ruoli dei vari protagonisti sul territorio napoletano.
Quel pomeriggio di maggio del 2009 restò impresso nelle telecamere di sicurezza: due colpi alla nuca, seguiti dall’esecuzione visibile nei fotogrammi e dall’esaurirsi della vita della vittima, Mariano Bacio Terracino. L’episodio non fu solo un fatto di cronaca nera: con il tempo divenne simbolo di una stagione di omertà, inchieste e depistaggi che hanno attraversato decenni della Camorra locale.
La cornice storica della vicenda è strettamente intrecciata con il passato criminale della zona: la vendetta risalente a circa trent’anni fa nei confronti della famiglia Moccia di Afragola, e le alleanze che avrebbero spalleggiato l’azione. Secondo gli sviluppi attuali, i Sacco-Bocchetti di San Pietro a Patierno avrebbero chiesto e ottenuto l’appoggio logistico sul territorio della Sanità da parte del gruppo Lo Russo di Miano, guidato da Salvatore e dal figlio Antonio, tramite l’intervento di Pecorelli, noto nel degrado della zona come O’ Malomm.
Il quadro fornito dai pentiti descrive una rete di contatti e di patti tra clan che, secondo la dinamica emersa, avrebbe facilitato l’esecuzione. Le ricostruzioni di Polverino indicano anche un passaggio chiave in Marianella, dove sarebbero stati mosse le prime verifiche sull’intero piano e sui segnali che avrebbero acceso la macchina dell’omicidio. I dettagli restano al vaglio degli investigatori, che devono verificare l’esatta meditazione e la partecipazione di ciascun soggetto coinvolto.
L’ordinanza di custodia cautelare non anticipa esiti definitivi: la presunzione di innocenza rimane ferrea, e la posizione dei due indagati verrà valutata dalle sedi competenti alla luce degli sviluppi dell’indagine. Le nuove piste aperte dalla collaborazione tra pentiti e dai riscontri documentali hanno già riaperto fascicoli e riassestato la lettura di una rete criminale radicata in quello che resta uno dei quartieri più complessi di Napoli.
Con l’inchiesta ancora in corso, si delineano scenari che potrebbero ridefinire la mappa delle alleanze tra i clan della zona. Per la Sanità, come per Napoli, resta da vedere se questa riapertura porterà a nuove conferme o a ulteriori sorprese su chi abbia governato, per decenni, il destino di una parte della città. Gli accertamenti proseguiranno nelle sedi competenti, con l’obiettivo di chiarire responsabilità, dinamiche interne e eventuali sviluppo futuri della vicenda.Nuovi sviluppi nell’inchiesta sulle dinamiche criminali che hanno segnato la camorra di Miano e della Sanità tornano a mettere al centro una rete di responsabilità, tradimenti e comandi dall’interno delle celle. Secondo quanto emerso, Oscar Pecorelli avrebbe ammesso di essere stato il mandante e l’organizzatore dell’omicidio Terracino. L’ordinanza del giudice per le indagini preliminari Federica Girardi ha disposto nuove custodie cautelari in carcere per persone legate a quel sistema di colpe e contatti, nonostante alcuni protagonisti avessero già varcato la soglia della libertà in periodi precedenti. Il quadro resta intricato e parla di una catena di comando capace di attivarsi anche dall’interno delle mura, con un livello di riorganizzazione che gli inquirenti ritengono ancora attuale.
Pecorelli, da tempo al centro di diverse ricostruzioni, avrebbe fornito una conferma chiave tramite una missiva datata 6 dicembre 2019 proveniente dal carcere di Tolmezzo e successivi interrogatori del 2020. Nella corrispondenza, l’uomo rivendica il ruolo di mandante e organizzatore dell’omicidio di Terracino, aggiungendo dettagli su come aveva designato i partecipanti e su come, in diverse occasioni, avesse intenzionalmente mostrato una certa cautela nel rivelare l’intera verità al vertice della cosca. Il contesto indica una gestione del potere interiorizzata e un tentativo di mantenere margini di autonomia anche a fronte di una comprensione parziale di chi realmente agiva dietro le quinte.
Un tassello importante emerso in questa cornice riguarda una conversazione registrata nel 2015 tra due figure di spicco della gerarchia camorrista: Polverino e Dell’Aquila. Da quel terreno di confronto emergerebbe che Pecorelli dipingeva all’interno della cosca una figura identificata come la guida dell’azione, tentando di mistificarel’identità reale degli autori e dei responsabili. In sostanza, l’indagine individua una strategia di disinformazione finalizzata a coprire i reali partecipanti, tra cui una persona nota con alias che sfuggeva alla semplice attribuzione di ruoli.
Il pezzo forte della ricostruzione riguarda anche l’arresto rocambolesco di Francescone. Secondo i piani dell’organizzazione, Francescone avrebbe dovuto recuperare il killer e le armi subito dopo l’agguato. Poco prima della deflagrazione degli spari in via Vergini, però, incrociò una pattuglia di polizia e fu arrestato in flagranza, lasciando vulnerabili i contorni della strategia. Costanzo Apice e Ciro Culiersi rimasero così isolati e costretti a rifugiarsi a Piscinola, abbandonando le armi in un garage e affidando la fuga a una complessa catena di complici.
L’evoluzione giudiziaria non si è fermata davanti alle circostanze personali di alcuni imputati. Oggi, nonostante Culiersi sia tornato in libertà nelle settimane scorse e Pecorelli sia confinato al regime del 41-bis in carcere a Cagliari per altre imputazioni, il magistrato ha ritenuto che il pericolo di reiterazione dei reati resti alto e attuale. È la chiave per capire perché la camorra di Miano e della Sanità continui a sfidare lo Stato con una capacità di riorganizzarsi che non si è ancora dissolta.
La sentenza di custodia cautelare in carcere viene presentata come una risposta necessaria dello Stato per spezzare quella rete. Il rafforzamento delle misure dimostra, secondo gli inquirenti, che anche a distanza di anni dai primi episodi, la “ragnatela” non ha perso contatti né coerenza operativa. Sedici anni dopo, la giustizia sembra nuovamente bussare alle porte dei cosiddetti Capitoni, offrendo una chiave per capire come intervenire in modo mirato per interrompere un meccanismo che, a quanto pare, ha saputo riorganizzarsi nonostante le fughe e i cambi di fronte.
