Napoli, comando della cosca Petriccione resta saldo anche oltre le sbarre. Secondo l’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e portata avanti dai Carabinieri del Nucleo Investigativo, Gaetano Petriccione, trentenne già detenuto, continua a dirigere gli affari del gruppo dall’interno del carcere, ereditando la leadership dal padre Salvatore Petriccione, fondatore della cosca e fino a poco tempo fa sottoposto al regime 41 bis.
L’operazione, che ha portato all’emissione di una misura cautelare su richiesta della DDA e all’esecuzione di notifiche da parte dei Carabinieri, tratteggia una transizione di potere che conferma come le dinamiche di questa famiglia criminale si alimentino ancora di legami di sangue e di una disciplina interna ferrea. Salvatore Petriccione, noto come Totore ’o marener, aveva guidato l’organizzazione per anni prima di cedere il timone al figlio, mantenendo però un ruolo centrale anche dopo l’ingresso in cella.
Il focus delle indagini racconta un controllo capillare del territorio che va ben oltre i confini dei quartieri tradizionalmente legati a questa cosca. Secondigliano, Scampia e San Pietro a Patierno emergono come contact point principali per le attività illecite gestite dall’organizzazione. Estorsioni, commercio di armi, usura e gestione del traffico di droga rappresentano l’ossatura economica su cui il clan ha costruito il suo monopolio: un sistema che comprende anche la detenzione e la responsabilità diretta di immobili occupati abusivamente e di una rete di piazze di spaccio orchestrate con una precisione quasi militare.
Uno degli elementi più rilevanti emersi dall’inchiesta riguarda la continuità operativa della leadership nonostante la presenza nelle carceri. Dall’interno della cella, Gaetano Petriccione sarebbe riuscito a mantenere i rapporti con l’esterno, impartire ordini e gestire flussi di denaro, oltre a pianificare l’organizzazione degli affari illeciti e assicurare sostegno economico agli affiliati detenuti e alle loro famiglie. Un pilastro che, secondo gli inquirenti, contribuisce a mantenere coesa la struttura criminale anche quando la famiglia è frammentata dall’applicazione del regime detentivo.
Il quadro accusatorio si è rafforzato grazie al contributo di collaboratori di giustizia. Le testimonianze di Luigi Esposito, Pietro Polverino e Alessandro De Cicco hanno consentito agli investigatori di ricostruire i nuovi assetti interni al sodalizio e di confermare la rigenerazione della rete criminale nonostante i colpi subiti nel corso degli anni dalle autorità. Le dichiarazioni raccolte hanno permesso di delineare una mappa di contatti tra l’esterno e l’interno della cosca, evidenziando come la gestione degli affari illeciti e la fedeltà delle basi sia stata preservata anche in assenza del controllo diretto del capoclan fuori dal penitenziario.
L’azione odierna segnala, dunque, non solo un inasprimento della repressione ma anche una fotografia di come la criminalità organizzata riesca a reinventarsi in presenza di misure restrittive. I dettagli dell’indagine, coordinata dalla DDA di Napoli e supportata dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri, descrivono un sistema in grado di rimanere operativo grazie a una rete di contatti che sopravvive al distacco temporaneo della guida ufficiale.
Gli investigatori continuano a lavorare per chiarire ogni aspetto della dinamica contestata, con ulteriori accertamenti in corso. Nella cornice di Napoli e della sua hinterland, la vicenda restituisce l’immagine di un’organizzazione in grado di rispondere alle pressioni della legge attraverso una resiliente catena di comando e una gestione del territorio che resta al centro di una lotta senza esclusione di colpi tra forze dell’ordine e gruppi criminali.
