Rientro discreto a Scanzano di Pasquale D’Alessandro, 54 anni, volto storico della camorra stabiese. Dopo oltre vent’anni di detenzione, il primogenito dello storico fondatore della cosca è tornato a muoversi nel rione di riferimento, scegliendo una rientranza molto lontana dai riflettori.
Figlio di Luigi D’Alessandro, noto ai cronisti come il fondatore della dinastia di famiglia, Pasquale torna al centro delle dinamiche che hanno segnato l’area tra Castellammare di Stabia e i comuni limitrofi. Il legame tra i nuclei familiari legati al clan resta uno degli elementi che i magistrati monitorano con attenzione, anche in questa fase di ricomposizione dei ruoli.
La parabola criminale di D’Alessandro è intrecciata con momenti di grande violenza e una latitanza lunga, che ha alimentato la ricerca incessante delle forze dell’ordine. Secondo quanto ricostruito, per oltre 1.800 giorni fu ricercato, fin quando non fu rintracciato il 5 giugno 2007 in una palazzina protetta tra Santa Maria la Carità e Gragnano, non lontano da Madonna delle Grazie. Da quel covo avrebbe continuato a guidare affari illeciti legati al traffico di droga, stando alle indagini condotte nel corso degli anni.
Il dossier giudiziario che lo riguarda è pesante e consolidato da sentenze passate in giudicato: condanne definitive per omicidio, traffico di stupefacenti e usura, con un filo conduttore che i pubblici ministeri hanno ritenuto attribuire a finalità mafiose. Tra i capitoli più cruenti figura l’omicidio di Giuseppe Riccardi, detto ‘o pettolone, avvenuto nel 1996 in Villa Comunale a Castellammare di Stabia, un episodio che la ricostruzione registra come parte di una riorganizzazione degli equilibri criminali sul territorio. La traiettoria di D’Alessandro s’intreccia anche con attività maturate al di fuori della provincia: nel 2005 una sentenza del Tribunale di Parma lo aveva coinvolto in un giro di pizzo e usura che coinvolgeva commercianti stabiliti a Salsomaggiore.
Negli ultimi mesi, la difesa di Pasquale D’Alessandro ha provato a ottenere riconoscimenti di continuità tra le diverse condanne definitive, una tappa giuridica che avrebbe potuto riarticolare retroattivamente le pene. La Corte di Cassazione ha però respinto l’istanza, confermando la tenuta dell’impianto accusatorio e mantenendo inalterato il computo delle pene. La decisione ha prolungato di ulteriori mesi la permanenza dietro le sbarre prima della definitiva definizione dell’itinerario carcerario.
Nonostante i lunghi periodi di detenzione, anche grazie al regime di carcere duro 41-bis, D’Alessandro continua a emergere nelle informative della Direzione Distrettuale Antimafia: intercettazioni e memorie ambientali hanno mantenuto vivo il legame tra i vari rami della dinastia. Le risultanze delle indagini, per ora, continuano a segnare una presenza forte del nome della famiglia nelle logiche del malaffare, senza indicazioni di una rottura definitiva di tali reti.
Ora che l’uomo è tornato a muoversi sul territorio, gli investigatori e la magistratura antimafia mantengono alta l’attenzione. La preoccupazione principale è che la ripresa di contatti e movimenti possa accelerare una ridefinizione degli equilibri criminali nell’area stabiese, soprattutto in un contesto in cui le attività della cosca hanno già lasciato tracce lunghe nel passato recente. Quanto accade ora sarà oggetto di osservazione costante da parte di chi vigila sui fenomeni di criminalità organizzata nel territorio.
