Condanne definitive per 24 imputati legati al clan dei Casalesi, radicati tra Eraclea e il Veneto orientale, e un’indagine ancora aperta su alcuni profili, tra cui nuove valutazioni di merito. Dopo la sentenza della Cassazione, la Procura generale di Venezia ha emanato gli ordini di esecuzione, due dei quali sospesi, nell’ambito di una operazione coordinata da forze di polizia, carabinieri e Guardia di finanza che ha interessato diverse province.
L’imponente dispositivo operativo ha coinvolto oltre cento operatori tra Veneto, Campania e altre regioni; si è trattato di un’azione su scala interprovinciale che ha portato all’esecuzione di pene già definite per gran parte degli imputati. La quinta sezione della Cassazione ha confermato il quadro mafioso già delineato dalla Corte d’Appello di Venezia nel giugno 2025, con l’assegnazione di pene particolarmente pesanti a figure di vertice.
Tra i provvedimenti di rilievo spicca la conferma di 30 anni di reclusione per Luciano Donadio, indicato come vertice dell’organizzazione, e la ricalibrazione a 29 anni e sei mesi per Raffaele Buonanno, considerato il braccio destro del gruppo. In tutto, il procedimento coinvolgeva 27 imputati che avevano scelto il rito ordinario; per 24 di essi la Cassazione ha disposto gli ordini di esecuzione, con pene che vanno da tre a trenta anni.
Le condanne riguardano una serie di reati aggravati dall’associazione mafiosa: usura, estorsione, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, tra altri reati gravi. Tre imputati resteranno in sede di giudizio in appello: due per la rivalutazione di aspetti probatori, uno limitato al trattamento sanzionatorio. I nomi coinvolti in questa terza linea di valutazione sono Denis Poles e Marco Donati, bancari, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa; per loro, al momento, non si può parlare di condanna definitiva.
Sul fronte operativo, uno degli elementi ancora da risolvere è l’assenza di Luciano Donadio: non è stato rintracciato al momento dell’esecuzione e risulta irreperibile. Al contempo, altri soggetti hanno scelto di autodenunciarsi o si sono costituiti: Raffaele Buonanno si è presentato a Melfi, e Antonio Donadio, fratello di Luciano, si è consegnato a Frosinone. Sono finiti in carcere Antonio Pacifico (17 anni e 11 mesi) a Padova, Giuseppe Puoti (13 anni e 6 mesi) e Adriano Donadio (7 anni e 6 mesi). Anche per Bergamino Donadio si registrano misure identiche in ambito carcerario, mentre si conferma la condanna per altri componenti dell’organizzazione.
Il contesto investigativo dipinto dalle sentenze ruota attorno a un sistema capace di insinuarsi nel tessuto imprenditoriale del Veneto orientale, con una presenza marcata nel comprensorio di Eraclea. Secondo le ricostruzioni, l’organizzazione mirava ad acquisire direttamente o tramite intermediari la gestione e il controllo di attività economiche nei settori edilizio e della ristorazione, affidando tali obiettivi anche a minacce e violenze. Parte delle attività serviva a finanziare il clan dei Casalesi, ma la rete si estendeva anche a una quota dei proventi di gruppi legati ad altri traffici criminali, tra droga e sfruttamento della prostituzione. L’indagine aveva documentato infiltrazioni nelle dinamiche politico-amministrative locali, anche se va distinto dal quadro generale dalle singole responsabilità giudiziarie: nel giugno 2025 è stata confermata, tra gli esiti locali, l’assoluzione dell’ex sindaco di Eraclea Mirco Mestre.
L’origine dell’inchiesta, come indicato dall’autorità giudiziaria, è legata anche all’emersione di banconote false, elemento da cui sono maturate ulteriori piste investigative che hanno consentito di delineare un mosaico complesso di episodi criminosi; il quadro complessivo resta comunque in evoluzione, con nuove valutazioni ancora possibili sui profili di alcuni imputati.
In definitiva, la vicenda testimonia come una rete criminale legata al clan dei Casalesi sia riuscita a inserirsi in contesti imprenditoriali e pubblici del Veneto orientale, lasciando sul territorio una traccia che la magistratura continua a vagliare con attenzione. Il prossimo passaggio giudiziario, anche in assenza di alcuni responsabili, dovrà chiarire ulteriori profili di responsabilità e la possibile continuazione di contromisure rivenienti dall’inchiesta.Banconote false a Udine nel 2008: arresti di due napoletani, la pista porta a una rete criminale nel Veneto orientale e oltre
Nel 2008, due uomini di origine napoletana furono fermati a Udine con l’accusa di possesso di banconote false. Uno di loro, secondo quanto emerso, manifestò l’intenzione di fornire dettagli su un’organizzazione criminale operante nel Veneto orientale, avviando così un’indagine di ampia portata affidata alla Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia (Dda). A coordinare l’inchiesta furono i pubblici ministeri Roberto Terzo e Federica Baccaglini.
L’operazione che ha scandagliato l’intera vicenda è stata condotta da un carrarmato di forze dell’ordine: oltre 100 operatori tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza. Le attività hanno coinvolto la Squadra mobile di Venezia, il Nucleo investigativo del Comando provinciale dei carabinieri di Venezia e il Gruppo Investigazioni comuni (Gico) della Guardia di Finanza di Trieste. A sostegno hanno operato la Sezione Investigativa dello Sco di Venezia, le Squadre mobili di Caserta e Potenza, nonché i comandi provinciali dei carabinieri di Napoli, Caserta e Cosenza e quelli della Guardia di Finanza di Caserta e Venezia. L’intervento rappresenta la fase esecutiva delle condanne che sono divenute definitive, mentre per tre posizioni interessate dal rinvio il procedimento proseguirà davanti alla Corte d’Appello.
La dinamica della vicenda evidenzia una rete che, oltre alle banconote false, sembrava interessata a collegarsi con diverse articolazioni criminali presenti in più regioni italiane. La complessità delle ispezioni, la varietà dei ruoli coinvolti e la portata su scala nazionale hanno richiesto un coordinamento tra reparti specializzati e diversi uffici giudiziari, alfine di verificare l’effettiva estensione dell’organizzazione e le responsabilità attribuibili ai singoli soggetti coinvolti.
La particolarità dell’indagine risiede nella nascita di una pista su un’organizzazione presente nel Veneto orientale, lasciando intravedere possibili link con altre persone e gruppi operanti in aree diverse del Paese. Le indagini, delegate dalla Dda veneziana, hanno permesso di ricostruire parti della rete e segnali utili per le successive attività giudiziarie, confermando come la criminalità legata al falso moneta possa disporre di intrecci transregionali e di supporto logistico diffuso.
In questo momento, l’esame dei fascicoli e delle posizioni processuali prosegue, con l’obiettivo di fare chiarezza sulle connessioni tra i soggetti arrestati nel 2008 e le figure indicate come esponenti dell’organizzazione nel Veneto orientale. L’esito finale continuerà a dipendere dall’esito delle prossime citazioni in Corte d’Appello per le posizioni rinviate e dalle determinazioni delle rispettive sedi giudiziarie.
