San Isidro, Argentina – Nella fase conclusiva del processo per la morte di Diego Armando Maradona, la requisitoria del procuratore capo Patricio Ferrari mette al centro una ricostruzione di gestione dell’assistenza che, secondo l’accusa, avrebbe esposto il campione a un rischio crescente, affidandolo a un’équipe medica descritta come segnata da caos organizzativo. Dopo sei mesi di udienze e 45 sessioni, il dibattito sta entrando nelle battute finali con le richieste dell’accusa e le arringhe della difesa.
La tesi portata dall’ufficio del pubblico ministero è chiara: negli ultimi giorni della vita di Maradona, l’assistenza riservata sarebbe stata inadeguata e insufficientemente controllata, soprattutto dato il profilo di fragilità del paziente. Ferrari ha usato parole molto durezze per descrivere l’assetto sanitario finito al centro del processo. «Una struttura quasi anarchica» e «disorganizzazione totale» sono venute a essere contrapposte all’idea di una cura consapevole delle condizioni di un paziente estremamente vulnerabile. Secondo l’accusa, alcuni tra i professionisti coinvolti avrebbero mostrato una grave sottovalutazione dei rischi, mettendo a rischio l’esito clinico.
Sono sette i professionisti sanitari che siedono al banco degli imputati: medici, psichiatri, psicologi e infermieri chiamati a rispondere delle presunte negligenze nell’assistenza domiciliare fornita a Maradona durante il novembre 2020, ovvero nel periodo immediatamente successivo al suo intervento di neurochirurgia. Le contestazioni vanno oltre una semplice osservazione: se condannati, i sette potrebbero affrontare pene fino a 25 anni di carcere. L’attenzione degli inquirenti si concentra non solo sulle azioni o sull’omissione, ma anche su una gestione che, secondo l’accusa, avrebbe compromesso la vigilantità necessaria per un paziente così fragile.
Uno dei nodi principali è la scelta di non trasferire Maradona in una struttura sanitaria tradizionale dopo l’intervento. L’inchiesta contesta l’ipotesi di un soggiorno a domicilio, in una casa affittata a Tigre per la convalescenza, non dotata dei mezzi essenziali per un’emergenza: né letto ospedaliero, né defibrillatore, né kit per fiale immediatamente disponibili, né ambulanza pronta all’intervento. Ferrari descrive l’assistenza domiciliare come «carente e temeraria», sintetizzando una realtà in cui «non c’era nulla, il vuoto assoluto» per gestire una situazione critica. Dalla requisitoria emerge dunque l’idea che la condotta di chi aveva il compito di prendersi cura di Maradona sia stata troppo superficiale di fronte a sintomi e segnali di allarme.
Durante l’udienza, particolare rilievo è stato dato ai segnali clinici che, secondo l’accusa, avrebbero costituito campanelli d’allarme ignorati o affrontati in modo inadeguato. Gonfiore, edema, ascite, difficoltà respiratorie e tachicardia sono stati citati come indicatori di una condizione in peggioramento che avrebbe richiesto interventi tempestivi. Stando a quanto riferito in aula, la commissione medica interdisciplinare istituita nel 2021, incaricata di ricostruire le circostanze del decesso, aveva già indicato che la morte non sarebbe arrivata improvvisamente, ma come esito di un deterioramento progressivo non adeguatamente gestito.
Un momento particolarmente toccante della requisitoria ha richiamato l’immagine nota di Maradona sul letto di morte, una rappresentazione cruda della realtà sanitaria descritta dall’accusa. L’illustrazione di quella scena evidenzia quanto, secondo la procura, l’esito fosse anticipabile se l’assistenza fosse stata gestita con criteri di monitoraggio e prontezza che, a giudizio della parte accusatrice, sarebbero mancati.
Dal canto suo, la difesa ha contestato la ricostruzione dell’accusa, invitando a distinguere tra procedure mediche complesse e responsabilità personali, senza cadere in semplificazioni che possano spostare l’attenzione dal quadro clinico attinente al caso. Le parti hanno ormai aperto l’ultima fase del dibattimento: le arringhe finali e le richieste di pena, seguite da una possibile sentenza, chiuderanno un iter giudiziario che ha per protagonista una delle figure più iconiche del calcio mondiale e che vede al centro della contestazione professionisti sanitari chiamati a rendere conto di scelte delicate in un contesto estremamente delicato.
Intanto, il processo resta una traccia cruciale di come le decisioni sull’assistenza domiciliare, soprattutto per persone estremamente vulnerabili, possano avere ripercussioni decise sugli esiti sanitari. E mentre l’udienza volge al suo ultimo atto, resta da chiarire quali accertamenti saranno effettivamente considerati dalla corte e quale sarà l’esito delle responsabilità che, a questo stadio, restano ancora al vaglio del tribunale.Maradona, foto in aula tra le lacrime delle figlie: il processo ai medici entra nella fase decisiva
In un’aula di tribunale la proiezione di una fotografia di Diego Maradona ha restituito alla memoria del pubblico l’immagine del campione, provocando emozioni forti tra le figlie presenti all’udienza. Alcune di loro, sedute tra il pubblico, hanno velato il volto con le mani al cospetto del ritratto del padre. La scena è stata commentata dalla procura come parte integrante della ricostruzione processuale.
Ferrari ha indicato proprio quella fotografia come la rappresentazione plastica della ricostruzione sostenuta dalla procura. «Questa immagine è il risultato di tutta l’attività, e di tutta l’inattività, di coloro che avrebbero dovuto essere responsabili della salute del paziente», ha affermato il magistrato.
La data chiave rimane quella del 25 novembre 2020: Maradona morì a 60 anni nella casa di Tigre, dove stava proseguendo la convalescenza dopo un intervento di neurochirurgia. Il decesso fu attribuito a una crisi cardiorespiratoria associata a edema polmonare. Da quel momento, il processo si è concentrato sulla domanda cruciale: quella morte era inevitabile oppure una gestione diversa e più tempestiva dell’assistenza avrebbe potuto salvarlo.
L’imputazione verte su omissioni e decisioni ritenute sbagliate negli ultimi giorni di vita del campione. Secondo l’accusa, una catena di errori e mancanze avrebbe potuto incidere sull’esito finale. La difesa sostiene invece che non ricorrono responsabilità individuali: tra gli imputati figura Leopoldo Luque, il neurochirurgo ritenuto medico di riferimento all’epoca, e il focus è sulle competenze professionali e sui ruoli differenti ricoperti dai sanitari coinvolti, con l’idea che le cause cliniche del decesso non possano essere attribuite a singole responsabilità.
Il processo è entrato in una fase decisiva. Dopo le requisitorie dell’accusa, la difesa presenterà le proprie conclusioni. Le ultime udienze dovrebbero protrarsi per circa due settimane, al termine delle quali è attesa una sentenza. Quasi sei anni dopo la morte di “Diez”, il tribunale dovrà stabilire se vi siano responsabilità penali o se la drammatica fine possa essere attribuita ai professionisti chiamati a curarlo.
In sostanza, l’aula si concentra sull’esito di un procedimento che non riguarda solo una vita straordinaria, ma anche le scelte mediche e il loro possibile peso sul corso degli eventi. Il verdetto atteso cambierà, per molti, la memoria del calciatore e la lettura delle cure ricevute in quei giorni cruciali. Nel frattempo, la scena in tribunale offre una cornice tangibile di ciò che resta: una domanda aperta tra diritto, medicina e responsabilità, e la necessità di far chiarezza su cosa si sarebbe potuto fare diversamente in quell’ultimo periodo del Pibe de Oro.
