Castellammare di Stabia vive una frizione crescente tra le promesse di alcune forze politiche e la realtà della sanità pubblica sul territorio. Da mesi, i rappresentanti regionali denunciano una manovra che, secondo loro, non destina risorse sufficienti a garantire livelli di assistenza adeguati. I Democratici e Progressisti sostengono però che criticare il Governo non basti: serve anche una gestione regionale trasparente delle risorse, una pianificazione chiara degli interventi e una reale corrispondenza tra i servizi sanitari e i bisogni dei cittadini. Al centro del dibattito c’è l’area delle Nuove Terme, storicamente legata al destino della sanità stabiese.
La questione ruota attorno all’ex area termale acquistata dalla Regione con l’obiettivo di realizzare un nuovo ospedale, evitando una vendita frazionata del patrimonio pubblico. Tre anni dopo l’annuncio, gli indicatori di avanzamento sembrano rallentati: edifici vuoti, arredi e attrezzature lasciati al degrado per periodi prolungati, episodi di vandalismo e, infine, l’abbattimento di un albergo storico. Nel frattempo procedono, con maggiore lentezza, i lavori sugli altri complessi che compongono l’intero polo sanitario. A farsi largo sono anche i dubbi sulle prescrizioni della Soprintendenza, su eventuali ridimensionamenti del progetto, sul numero di posti letto e sulle funzioni sanitarie previste.
La discussione si concentra anche sui costi potenziali: resta aperta la domanda se la conservazione della hall d’ingresso a doppia altezza, elemento centrale dei Nuclei della zona a monte, richieda risorse significative che possano sottrarre fondi agli oltre 180 milioni destinati al futuro ospedale. Le incognite restano tante: quando partirà il cantiere? quale sarà il progetto definitivo? quanti posti letto saranno effettivamente disponibili e quali reparti, servizi e specialità saranno garantiti? Non si esclude la possibilità di una contrazione di alcuni servizi finora accreditati, incluso il polo di neurochirurgia e quello riabilitativo, se le ipotesi iniziali dovessero essere riviste al ribasso.
Una proiezione mensile che resta al centro del dibattito è quella di un ospedale da circa 320 posti letto. I promotori sostengono che una simile struttura potrebbe allargare sensibilmente la capacità di degenza rispetto al San Leonardo, attuale riferimento con 174 posti. Tuttavia, l’interpretazione finora prevalente del piano indica meno di 200 letti, una differenza significativa che potrebbe tradursi in una perdita di possibilità per la popolazione locale. La questione sull’Hotel delle Terme, e sulla eventuale demolizione, resta un nodo aperto che alimenta la discussione pubblica e la valutazione delle scelte future.
Ma la riflessione non si esaurisce all’edificio sanitario. La comunità chiede una visione integrata del territorio: il Parco dei Cigni, la Pineta, il Centro Congressi e Villa Ersilia, insieme all’area del Solaro, devono essere parte di un disegno organico che si raccordi al parco archeologico e alla Reggia di Quisisana, con collegamenti significativi alla Penisola Sorrentina e ai Monti Lattari. Senza una cornice di progetto coerente, si rischia di erodere identità e coesione territoriale.
Sul piano operativo, il contesto di precarietà funzionale dell’ospedale San Leonardo emerge in tutta la sua evidenza: malgrado la professionalità del personale, si registrano perdite di funzioni, servizi e posti di lavoro, con ripercussioni sul livello di cura disponibile sul territorio. Davanti a queste trasformazioni, i promotori della riforma chiedono trasparenza: quali criteri guidano la programmazione, quali parametri di valutazione sono stati adottati e quali pressioni politiche o logiche di partito possano influire sull’allocazione delle risorse e sul diritto alla salute della cittadinanza.
In definitiva, la calling-card è chiara: inaugurazioni e numeri non bastano se non sono accompagnati da una gestione concreta e condivisa della sanità territoriale, finanziata anche con fondi del PNRR quando possibile. Per i Democratici e Progressisti, il passaggio decisivo è aprire un confronto pubblico serio, convocare un tavolo di confronto con la Regione e organizzare una assemblea che coinvolga le parti sociali, per definire pochi ma essenziali punti che restituiscano al territorio una sanità degna di questo nome e un senso di coesione collettiva.
