Roma – “Non sono al massimo della lucidità, ma sto bene”. Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, parla dalla sua cella nel carcere di Rebibbia attraverso una lettera inviata alla sua compagna italo-argentina. In questo lungo sfogo, emerge il suo desiderio di ottenere i domiciliari e la frustrazione per le lunghe attese in carcere.
“Avrei dovuto ascoltarti”, scrive Lavitola, esprimendo rammarico per alcuni suoi errori. Riconosce anche di sentirsi trascurato dall’ex premier Silvio Berlusconi, evidenziando le sue difficoltà e sofferenze.
Ranucci smentisce affermazioni su Lavitola
Mentre Lavitola riflette sulla sua situazione, Sigfrido Ranucci, impegnato nella presentazione del suo libro in diverse città italiane, precisa di non aver mai definito Lavitola un “caso psichiatrico”, dimostrando un certo disimpegno nei confronti della figura del faccendiere e mandante dell’attentato.
Il rapporto tra i due risulta così contraddittorio, ricco di silenzi e tensioni. Nella lettera, Lavitola evita di menzionare Ranucci. Si prepara ora a comparire davanti al Tribunale del Riesame, dove avrà l’opportunità di chiarire ulteriormente la sua posizione riguardo al movente dell’attentato, descritto come “per fin di bene”, nonché i dettagli delle modalità di commissione, eseguite dal suo factotum, Gomez Clesio Tavares.
Tuttavia, la questione dell’attentato non è l’unico problema legale che circonda Lavitola. L’ex editore de L’Avanti si trova infatti ad affrontare anche precedenti condanne. In autunno, il Tribunale di Sorveglianza sarà chiamato a decidere su una sentenza di due anni e un mese di reclusione.