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Monfregolo e Alterio condannati, minacce a Mimmo Rubio

Monfregolo e Alterio condannati, minacce a Mimmo Rubio

Due esponenti del clan della 167 di Arzano sono stati condannati a un anno e nove mesi di reclusione ciascuno dal Tribunale di Napoli Nord, Prima sezione penale, Collegio A. La sentenza è stata emessa questa mattina nell’ambito del processo sulle minacce e intimidazioni rivolte al giornalista Mimmo Rubio. I giudici hanno accolto lettere della procuratrice e hanno fissato la pena nonostante la richiesta della pubblica accusa di condanne più severe: quattro anni per uno degli imputati e cinque per l’altro.

Il procedimento trae origine dall’agosto del 2018, quando una bomba è stata lanciata sul balcone dell’abitazione di Rubio, reporter che da tempo segue e denuncia le attività illecite del clan nel territorio di Arzano. Secondo l’ipotesi accusatoria, l’atto rientrava in una più ampia strategia di pressione nei confronti del cronista, impegnato anche in denunce riguardo alla mala politica locale e ai condizionamenti della criminalità organizzata sull’amministrazione cittadina. La vicenda si inserisce in un contesto in cui Arzano ha attraversato momenti di sentenze e indagini legate a infiltrazioni camorristiche, tra scioglimenti del consiglio comunale e tensioni istituzionali.

A corredo della sentenza, la procura di Napoli Nord ha citato anche i primi sviluppi nei confronti di altri responsabili legati al raid: Carlo Raiano e Antonio De Sio sono stati infatti condannati in primo grado con rito abbreviato, avendo ammesso le proprie responsabilità e dichiarato di avere agito su ordine del clan. Le ricostruzioni della Dda hanno trovato conferma anche nelle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, Pasquale e Pietro Cristiano, ex esponenti di vertice della cosca che hanno deciso di collaborare con gli investigatori. Le loro conoscenze hanno permesso di mettere in luce gli assetti interni al gruppo camorristico della zona, accompagnando ulteriori sviluppi investigativi e giudiziari. Tra le situazioni emerse vi è anche un procedimento che ha coinvolto l’ex comandante della Tenenza dei Carabinieri di Arzano, condannato per aver fornito appoggio all’organizzazione in cambio di denaro e regalie.

Rimanendo in ambito processuale, la vicenda non si chiude qui: altri tre imputati sono coinvolti in un troncone separato riguardante le intimidazioni al giornalista, e all’epoca dei fatti erano minorenni. La prossima udienza è prevista per febbraio 2027. Nel frattempo Rubio, professionista con oltre tre decenni di carriera, ha annunciato l’intenzione di chiedere un incontro urgente con il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, e con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. L’obiettivo è esporre direttamente il proprio disagio per la situazione di tutela personale, segnalando la necessità di una chiara valutazione della protezione per chi documenta attività criminali e controlla i risvolti politici locali.

La sentenza riporta al centro il tema della protezione per chi segnala e documenta le dinamiche della camorra sul territorio. La questione della tutela personale non va intesa come privilegio, ma come strumento essenziale per garantire la libertà di informazione e tutelare la collettività nel suo diritto a essere informata.

Napoli e la Campania restano dunque chiamate a riflettere sul ruolo del giornalismo di inchiesta e sui meccanismi di protezione, soprattutto in aree dove il controllo criminale ha tensioni visibili con l’amministrazione pubblica. La magistratura continua a seguire da vicino gli sviluppi, nelle aule di tribunale e lungo le strade di Arzano, dove la cronaca giudiziaria resta strettamente legata al racconto della città.

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