Traffico di anabolizzanti e droghe: una rete strutturata smantellata tra Napoli, il Nord e l’estero, con profitti potenziali di decine di milioni
Un’inchiesta coordinata dalla Procura di Bolzano e portata avanti dai carabinieri del Nas di Trento ha fatto emergere un quadro inquietante: due nuclei familiari avrebbero orchestrato un sistema organizzato per trasformare sostanze dopanti e stupefacenti in un’attività clandestina dal giro d’affari potenzialmente multimilionario. L’indagine, avviata nel 2024, ha portato a 17 decreti di perquisizione nei confronti di 16 indagati e di una persona al momento non indagata. L’esame delle sedi operative rivela una forte concentrazione geografica degli indagati: quindici risiedono in provincia di Napoli, uno nella provincia di Pavia.
Secondo i magistrati, il meccanismo investigato ruotava attorno a due gruppi familiari – uno di quattro persone, l’altro di due – che avrebbero avvalso una rete di circa una decina di collaboratori per gestire approvvigionamento, confezionamento, spedizioni e pagamenti. L’organizzazione, stando all’impostazione accusatoria, avrebbe mantenuto una base logistica capace di muovere forniture quotidiane e di estendersi oltre i confini nazionali: itinerari che avrebbero toccato l’Alto Adige, diverse regioni italiane e persino l’estero, con spedizioni di grandi quantitativi di sostanze dopanti e di stupefacenti.
La scoperta più evidente è avvenuta in un ampio box-garage situato nel napoletano, intestato a uno dei principali indagati. Qui i militari hanno rinvenuto 560 pacchi contenenti anabolizzanti e droga, per un quantitativo complessivo superiore alle 400mila dosi. Se immessi sul mercato, i presunti guadagni avrebbero potuto superare i 30 milioni di euro, una stima che riflette l’entità economica che gli investigatori attribuiscono all’organizzazione. Per occultare il contenuto delle spedizioni, le confezioni erano camuffate da oggetti apparentemente innocui, come giocattoli, prodotti di bellezza o articoli per la casa, una scelta ritenuta funzionale a evitare controlli e rinvii.
In una seconda localizzazione, invece, i carabinieri hanno trovato nel Pavia un deposito gestito da un altro indagato, dove sono stati sequestrati 4.400 flaconi di anabolizzanti, con un valore stimato di circa 250mila euro. Sempre in quell’area è emerso un deposito contabile di 42mila euro in contanti, indicativo della presenza di flussi di denaro non tracciabili legati all’operazione.
La ricostruzione degli inquirenti descrive un sistema di comunicazioni mirato alla riservatezza: messaggi anonimi, mittenti e destinatari fittizi, canali di pagamento difficili da tracciare e, in alcuni casi, l’uso di criptovalute per gestire le transazioni. Anche carte di debito sono state sequestrate, ritenute strumento per regolare parte delle operazioni. L’indagine ha visto l’impiego di diverse strutture dell’Arma: oltre ai Nas distinti a livello territoriale, è emerso l’apporto della sezione Anticrimine di Roma e della sezione Criptovalute della Capitale.
Gli esercenti della rete non avrebbero agito in modo occasionale, ma avrebbero strutturato una vera e propria catena logistica, con approvvigionamento, confezionamento, spedizioni e pagamento fluidi e coordinati. L’intera operazione è ancora oggetto di ulteriori accertamenti: restano da chiarire ambiti di estensione e responsabilità individuali, mentre l’inchiesta prosegue per definire la reale portata della rete e i contatti internazionali coinvolti.
Gli investigatori hanno rimarcato che l’indagine è ancora in corso e che non è stata alcuna misura di arresto, ma perquisizioni e sequestri sono parte di una procedura che mira a far luce su un circuito che, secondo la ricostruzione, avrebbe potuto alimentare un mercato illecito molto ampio. Nel frattempo, la focalizzazione su Napoli e provincia resta centrale per comprendere l’assetto operativo della rete e per definire eventuali sviluppi futuri.Traffico illecito di farmaci dopanti: sequestri multimilionari tra Napoli e il Nord, con un giro d’affari che gli investigatori stimano in milioni. L’indagine, condotta dai magistrati e dalle forze dell’ordine, ha portato al sequestro di contanti, beni di lusso e immobili, oltre all’esame dei proventi e dei canali di distribuzione di un mercato clandestino noto da tempo agli inquirenti. Le perquisizioni hanno interessato diverse province e hanno segnato una svolta decisiva nella ricostruzione dei ruoli nel presunto network di approvvigionamento e vendita di dopanti.
I fatti accertati finora mostrano un quadro complesso: accanto al sequestro di materiali e sostanze, gli inquirenti hanno concentrato l’attenzione sui proventi dell’attività illecita e sui beni che potrebbero essere stati acquistati con quei guadagni. Complessivamente sono stati intercettati e sequestrati oltre 125mila euro in contanti; in una delle abitazioni sono stati rinvenuti circa 70mila euro. Le somme sono state devolute al Fondo unico giustizia, come disposto dall’autorità giudiziaria.
Parallelamente, è stato disposto il sequestro di riserve di valore: orologi Rolex, dodici immobili e i soldi presenti sui conti correnti dei soggetti coinvolti. La stima complessiva dei profitti illeciti, secondo gli elementi raccolti, si avvicinerebbe ai nove milioni di euro. Un’altra cifra significativa riguarda il presunto ricavo potenziale derivante dalla vendita di oltre 400mila dosi sequestrate in un deposito nel napoletano: gli investigatori indicano che quel conto potrebbe superare i 30 milioni di euro in termini di ricavi, distinto però dai profitti stimati.
La relazione tra le due grandezze evidenzia una distinzione tra reddito potenziale e margine di guadagno: i 30 milioni rappresenterebbero l’ipotesi di ricavo della vendita delle dosi, mentre i nove milioni corrisponderebbero ai profitti reali attribuiti all’attività illecita, secondo le prime ricostruzioni. Le cifre non devono essere interpretate come una constatazione definitiva, ma come elementi utili a comprendere l’ampiezza del fenomeno investigato.
Nel corso dell’indagine è emersa la dimensione del mercato clandestino di farmaci dopanti, con particolare attenzione agli anabolizzanti: sostanze impiegate per aumentare massa e prestazioni, ma con rischi sanitari variabili a seconda del principio attivo, delle dosi e della durata dell’assunzione. L’assenza di controlli di provenienza, conservazione e informazione espone chi acquista a pericoli conseguenti a concentrazioni errate o sostanze non dichiarate. L’ipotesi investigativa indica una rete capace di spalmare distribuzione su canali illegali, superando i confini di una singola palestra o quartierale.
Gli interrogatori preventivi hanno segnato una fase cruciale: su undici degli indagati è stato notificato dal giudice per le indagini preliminari il decreto che fissa l’audizione, con perquisizioni effettuate anche nelle province di Napoli, Caserta, Pavia e Milano. La cornice geografica dell’inchiesta suggerisce una rete capillare che si estende fuori regione, con metodiche di approvvigionamento e logistica ancora al vaglio degli accertamenti. Gli indagati restano innocenti fino a prova contraria e la decisività delle prossime settimane potrebbe chiarire i ruoli di ciascuno.
Un contesto più ampio accompagna l’indagine: i Nas hanno già affrontato casi simili che mostrano come il commercio illegale di dopanti possa funzionare attraverso depositi, reti di spedizioni e contatti con una clientela diffusa su più territori. In una precedente inchiesta del giugno 2024 condotta dal Nas di Trento, sette persone erano state arrestate nell’ambito di un traffico di anabolizzanti, con filiere che prevedevano canali di distribuzione alimentati da spedizioni con mittenti e destinatari fittizi. Questi precedenti consolidano la cornice di una tendenza criminale che gli inquirenti continuano a monitorare, tenendo presente che nessuna conclusione operativa può essere tratta finché le indagini non si chiuderanno con una sentenza definitiva.
La dinamica attuale lascia aperte diverse domande: quale sia la destinazione finale della merce, quali siano i canali logistici e quali ruoli abbiano i singoli indagati. Le vestigia dell’inchiesta suggeriscono una rete ben strutturata, capace di muoversi tra Napoli e altre regioni, ma gli accertamenti restano in corso. In proposito, la prudenza resta la guida imprescindibile: fino a prova contraria, gli indagati godono della presunzione di innocenza, e la verità giudiziaria si costruirà nelle sedi competenti.Inchiesta Bolzano: una rete dopante gestita da una struttura familiare, con basi operative tra Napoli e la provincia di Pavia, al centro dell’indagine coordinata dalla Procura. Due nuclei familiari, sei indagati e circa una decina di collaboratori formano il cuore dell’organizzazione, descritta dagli investigatori come un meccanismo strutturato, capace di gestire la merce e i flussi finanziari in modo coordinato.
Per gli inquirenti, il contesto odierno si inserisce in un quadro già noto: nel 2023 il Ministero della Salute aveva comunicato un’operazione che aveva portato a undici misure cautelari per traffico di sostanze dopanti. In quel caso era stato smascherato un laboratorio clandestino e un magazzino di stoccaggio, con sequestri consistenti: decine di milioni di unità di formulazioni non conformi, oltre a grandi quantità di principi attivi destinati alla produzione di anabolizzanti e ormoni della crescita. La ricostruzione evidenziò una clientela molto ampia, centrata su frequentatori di palestre, praticanti di bodybuilding e giovani interessati a modificare rapidamente la propria corporatura.
Gli accertamenti attuali non sembrano mirare a un singolo fornire, bensì a comprendere come la famiglia organizzasse l’intera catena: chi garantiva la gestione della merce, chi curava le spedizioni e come venivano ripartiti i proventi. La presenza di un deposito operativo a Napoli e di un secondo magazzino nel Pavese suggerisce una ripartizione delle funzioni che va oltre lo stereotipo dello spacciatore isolato. Alcuni elementi, inoltre, lasciano intravedere la possibilità di una rete di collaboratori che sosteneva l’attività principale, ma al momento non è ancora chiaro se i ruoli fossero distinti o se si trattasse di un’unica struttura gerarchica.
La fase investigativa sta concentrando l’attenzione anche su strumenti logistici e mezzi di pagamento impiegati: il materiale sequestrato nei giorni degli evidenti movimenti documentali indica una gestione dei flussi finanziari attraverso canali diversificati, nonché l’impiego di una logistica che consente di mantenere la disciplina delle spedizioni. In questa cornice, resta da chiarire la provenienza dei prodotti, come venissero distribuiti e a chi realmente fossero indirizzate le consegne, nonché se i nuclei familiari avessero compiti ben definiti o una suddivisione più fluida di compiti e responsabilità.
Gli accertamenti continueranno a chiarire i ruoli specifici degli indagati e la reale estensione della rete. L’indagine, pur con precedenti che fanno da contesto, mira a definire se le due famiglie operassero in modo autonomo o se vi fosse una connessione strutturale tra i vari livelli della rete. Ciò che è certo, almeno per ora, è che il fenomeno degli dopanti rimane un mercato illecito con dinamiche complesse, fatto di traffici interregionali, canali digitali e una logistica capace di collegare Napoli con altre regioni italiane.
