Napoli – Una sentenza di condanna arrivata il 23 ottobre 2026 ha riacceso i riflettori sulla rete criminale legata al clan Moccia di Afragola, smantellata in passato ma ora tornata al centro dell’attenzione giudiziaria. Secondo quanto emerge dall’ordinanza della Settima Sezione Penale del Tribunale di Napoli, la decisione ha fatto scattare una nuova custodia cautelare in carcere e ai domiciliari per esponenti del gruppo, dopo una fase di scarcerazioni tecniche che avevano alimentato dubbi sull’efficacia del controllo penale.
La nuova misura, firmata dal presidente della sezione Stefania Amodeo e dai giudici a latere Antonio Baldassarrè e Angelo Ambrosio, nasce come evoluzione di un procedimento avviato dopo l’operazione del blitz che era stata formalmente chiusa con l’ordinanza n. 135/2022 del 9 aprile 2022. Quella decisione era stata dichiarata perenta per il superamento dei massimi di fase; ora la magistratura ritiene necessario riallacciare i fili di un’inchiesta ancora non chiusa, ritenendo che il contesto criminale non sia stato definitivamente neutralizzato.
Secondo l’ordinanza, i vertici del clan e i fedeli non hanno accettato la liberazione formale senza mantenere contatti e assetti operativi. L’allontanamento obbligato è stato infatti interpretato come occasione per riallacciare reti e canali logisitici, anche in territori montani del Centro Italia a significativo grado di contatto con Afragola. Le nuove basi individuate dagli inquirenti includono Venafro (Molise), Isernia (Molise) e Roccaraso (Abruzzo), con Ateleta (Abruzzo) indicata tra le destinazioni preferite per consolidare una struttura di supporto alle attività illecite. Secondo i magistrati, la scelta non è casuale: si è trattato di una diaspora mirata a garantire la continuità delle operazioni e dei collegamenti tra i protagonisti a carattere decisions e i “emissari” che continuano a muoversi tra aree diverse per ricostruire una rete di potere.
Tra i nomi emersi dall’inchiesta figurano Luigi Moccia, Pasquale Credendino, Francesco Di Sarno, Gennaro Moccia e Antonio Moccia, con Giovanni Esposito tra gli associati indicati. A questi si aggiunge Pasquale Puzio, ritenuto figura di raccordo utile a mantenere stretti i contatti tra le strutture interne e l’area di Afragola. L’obiettivo dichiarato dal gruppo, secondo quanto riferito dall’ordinanza, era riattivare la filiera del denaro, delle estorsioni e dell’usura, anche scegliendo strumenti di controllo e gestione che potessero resistere alle rotte di sorveglianza.
Le prove principali che hanno guidato la nuova interpretazione della magistratura si basano su documenti e reperti sequestrati dall’indagine. Tra questi, consegnano un “archivio” criminale di fatto conservato su supporti cartacei: pizzini con cifre, date e riferimenti a esercizi commerciali; una contabilità parallela che inquadra prestiti ad operatività usuraria. Degni di rilievo risultano due assegni in bianco, emessi da una filiale del Monte dei Paschi di Siena a Frattamaggiore per un valore complessivo di 150.000 euro, e un ulteriore blank check emesso dalla filiale romana del Banco di Napoli, privo di indicazioni sull’importo. Le autorità interpretano questi elementi come prova concreta di una gestione finanziaria illegale e di una rete di credito abusivo orchestrata dai vertici.
Il quadro investigativo ha evidenziato anche la predisposizione a incontri “blindati” e l’adozione di contromisure per eludere intercettazioni e cimici, descrivendo una logica operativa ben coordinata tra i palchi decisionali e i luogotenenti dislocati in regioni limitrofe. L’indagine è stata sostenuta da contributi del GICO II Gruppo della Guardia di Finanza di Napoli e dai Carabinieri; tra gli episodi chiave, il 19 agosto 2025, quando a Sulmona è stato perquisito e sequestrato il portafogli di Gennaro Moccia, tassello che ha incrementato la forza probatoria contro l’intero circuito.
Il lavoro degli investigatori, dunque, continua a scavare tra contatti, flussi di denaro e dinamiche di potere, al fine di chiarire fino a che punto la rete abbia saputo riorganizzarsi nonostante le misure restrittive. La strategia di riallacciare i rapporti tra Afragola e le basi mobili tra Molise e Abruzzo, indicata dall’ordinanza, lascia intravedere una realtà criminale che, secondo i giudici, resta in grado di muoversi e di riorganizzarsi anche in presenza di misure cautelari.
In attesa di sviluppi, gli accertamenti proseguono per definire responsabilità e peristrutturare eventuali nuove fasi di indagine. Come emerge dall’analisi della Procura, il clan Moccia non avrebbe rinunciato al controllo delle sue vecchie branche né al riciclo di risorse, privilegiando una logistica diffusa che consenta di aggirare i limiti imposti dalla giustizia e di restare operativo in un territorio che, nonostante i blitz, resta al centro di interessi criminali ben radicati.Clan Moccia, una rete che persiste tra Afragola e Napoli: 13 misure in carcere e un solo arresto domiciliare nell’ambito di una complessa inchiesta che svela una holding di aziende usata per riciclare capitali illeciti e assicurare appalti ferroviari e ambientali.
Napoli, 27 ottobre 2026 – Un’ordinanza della Settima Sezione Penale del Tribunale di Napoli dispone misure cautelari nei confronti di 14 indagati legati al clan Moccia. Secondo l’atto, 13 soggetti sono stati destinatari di custodia in carcere, mentre uno è stato posto agli arresti domiciliari. Le imputazioni fanno riferimento a una rete criminale radicata a Afragola e nel capoluogo partenopeo, capace di intrecciare attività illecite con una holding di aziende che, secondo gli inquirenti, funge da fulcro economico della casa mafiosa.
Il quadro investigativo dipinge una volontà feroce di eludere le intercettazioni: i capi del clan avrebbero privilegiato riunioni all’aperto, in cortili o all’esterno delle abitazioni, per discutere sottovoce e sfuggire ai dispositivi di ascolto. In un caso documentato tra febbraio e marzo 2026, Antonio e Luigi Moccia si incontravano all’aperto, in vicinanza delle loro residenze, insieme a Pasqualino Puzio, noto come “o riccio”, figura chiave del network. Un altro episodio, a luglio 2026, racconta invece un cambio di automezzi: Marco Tremante, descritto come figura di estrema fiducia, avrebbe sostituito una Mazda con una Renault Clio per ostacolare eventuali pedinamenti.
La chromate della corruzione e della riconversione dei profitti arriva poi al cuore dell’inchiesta: il 17 maggio 2026 Francesco Di Sarno consegna a Pasquale Credendino un plico giallo che, secondo le ricostruzioni, arriva nell’abitazione di Luigi Moccia. Quel gesto coincide con il collegamento tra la cupola mafiosa e una holding formata da IPL, Tecnoholding, Ecotekno e Soloil. Le aziende, secondo l’accusa, sarebbero state utilizzate per ripulire capitali e per ottenere commesse legate a ferrovie e al settore ambientale.
La pronuncia della Cassazione e la cornice giuridica su cui poggia l’ordinanza hanno assunto rilievo non solo per le persone in carcere, ma per il principio della presunzione di pericolosità associata a reati di stampo mafioso. Secondo la Corte, la condanna per reato collegato all’articolo 416-bis c.p. genera una presunzione assoluta di idoneità alla custodia in carcere, da superare solo se l’indagato dimostra di aver reciso i legami con il sodalizio. Nella vicenda Moccia, il Tribunale “ha ritenuto che i legami non siano stati tagliati” e che la rete di incontri, la disponibilità di sostegni logistici e la continuità della struttura criminale rendano probabile e attuale sia il rischio di fuga sia la reiterazione dei reati.
L’elenco degli indagati comprende: Credendino Pasquale (Afragola, 63 anni), Damiano Francesco (Afragola, 65), Di Sarno Francesco (Napoli, 55), Favella Francesco (Afragola, 63), Iazzetta Filippo (Afragola, 67), Malinconico Massimo (Napoli, 43), Moccia Angelo (Afragola, 69), Moccia Antonio (Afragola, 62), Moccia Gennaro di Angelo (Napoli, 39), Moccia Luigi (Napoli, 70), Nobile Antonio (Afragola, 67), Piscopo Angelo (Acerra, 43), Rubiconti Gennaro (Afragola, 56). A completare il quadro, Giovanni Esposito (Afragola, 72) è destinatario di una misura meno gravosa, agli arresti domiciliari presso l’abitazione di Ateleta, prevista dall’ordinanza per un ulteriore imputato gravato da una condanna o da riqualificazioni.
Un commissariamento che, secondo i magistrati, dimostra la longevità e la capacità organizzativa del clan Moccia: la struttura resta capace di rigenerarsi, di proteggere patrimoni miliardari attraverso aziende compiacenti e di mantenere un rigido controllo gerarchico anche dopo decine di anni di detenzione o di scarcerazioni. La sentenza e l’inchiesta segnalano, dunque, che la lotta contro la criminalità organizzata non si esaurisce con un’azione giudiziaria: serve un monitoraggio costante, volto a interrompere reti complesse che, come emerge dall’indagine, continuano a dare linfa al potere mafioso nel territorio napoletano e campano.
Nella foto allegata al fascicolo, da sinistra in alto Luigi Moccia, Angelo Moccia e Antonio Moccia; in basso da sinistra Gennaro Moccia di Angelo, Filippo Iazzetta e Francesco Favella.
