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Il processo ai «babypistoleri»: il rigore del Tribunale per i minorenni e le conseguenze per prevenzione e intervento a Napoli

Il Tribunale per i minorenni di Napoli ha respinto le richieste di messa alla prova e ha rinviato a giudizio con rito abbreviato quattro giovani imputati per la sparatoria in piazza Carolina (notizie dell'8–9 settembre 2026).…

Il processo ai «babypistoleri»: il rigore del Tribunale per i minorenni e le conseguenze per prevenzione e intervento a Napoli

L’8–9 settembre 2026 il Tribunale per i minorenni di Napoli ha formalmente respinto le istanze di messa alla prova presentate dalle difese e ha disposto il rinvio a giudizio con rito abbreviato per quattro giovani imputati per la sparatoria avvenuta nella notte tra l’11 e il 12 dicembre 2025 in piazza Carolina. Si tratta di una decisione processuale che, per motivazione espresso negli atti, è legata anche alla valutazione di una scarsa presa di coscienza e ad alcune reticenze nelle dichiarazioni rese in udienza.

Le cronache delle udienze riferiscono che almeno due degli imputati, ricondotti ai Quartieri Spagnoli, hanno ammesso parzialmente responsabilità; altre posizioni restano difformi e verranno valutate individualmente in sede dibattimentale. Negli atti compare inoltre almeno un co‑indagato maggiorenne, a confermare che la vicenda coinvolge una composizione mista di soggetti sotto e sopra la maggiore età. Le indagini, coordinate dalla Procura per i minorenni (nelle ricostruzioni è citato il pm Ugo Miraglia), hanno visto il coinvolgimento della Squadra Mobile e, in alcune fasi, anche della DDA.

È importante sottolineare che la decisione del Tribunale riguarda la fase processuale: il rinvio a giudizio con rito abbreviato non equivale a una condanna né implica automaticamente misure detentive definitive. Le requisitorie e le arringhe sono state calendarizzate per la fine di ottobre 2026, quando saranno discusse le richieste dell’accusa e potranno profilarsi le eventuali sanzioni o misure alternative.

Sul piano politico e sociale, però, la scelta processuale assume una valenza più ampia. Respingere la messa alla prova e procedere a giudizio per minorenni impegnati in episodi di violenza pubblica viene percepito come un irrigidimento dell’approccio alla devianza giovanile: un segnale che privilegia la dimensione della responsabilità penale rispetto a quella esclusivamente riabilitativa. Questo atteggiamento può avere un effetto deterrente, riducendo la percezione di impunità; ma rischia anche di ridurre lo spazio delle soluzioni alternative se non è accompagnato da un adeguato potenziamento dei percorsi di recupero.

Le audizioni hanno messo in luce fragilità educative e familiari, lacune nei percorsi scolastici e l’assenza di percorsi stabili sul territorio. Se la risposta istituzionale resta prevalentemente processuale, il pericolo è trasformare emergenze sociali in fenomeni di recidiva senza offrire concrete vie di uscita. Anche per questo la vicenda non deve essere letta solo come “atto giudiziario”, né esclusivamente come scelta politica: gli atti del Tribunale richiamano elementi probatori e valutazioni soggettive degli imputati che hanno inciso sulla decisione di negare la messa alla prova.

Le istituzioni locali hanno già adottato misure di presidio: dopo gli episodi di dicembre e nei mesi successivi la Prefettura ha disposto un rafforzamento dei controlli e un presidio fisso nell’area. Eppure, perché il messaggio di responsabilità non resti vuoto, sono necessari investimenti mirati su servizi sociali, istruzione e comunità educative. Serve un coordinamento capillare tra Procura minorile, forze dell’ordine, servizi sociali e scuole, nonché programmi di sostegno post‑processuali che offrano alternative concrete alla detenzione o alla marginalizzazione.

In sintesi: la decisione del Tribunale per i minorenni di Napoli rappresenta una svolta processuale che riflette un irrigidimento dell’approccio alla devianza giovanile. È una scelta che può segnare la linea di demarcazione tra tolleranza e responsabilità, ma perché produca un effetto reale e duraturo non può limitarsi alla sfera penale: occorrono politiche pubbliche e risorse capaci di intervenire prima e dopo l’aula, per evitare che una vittoria giudiziaria si traduca in una sconfitta sociale.

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