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Torture in carcere, ex provveditore a processo: richiesti 10 anni di pena

Di La Redazione22 Luglio 2026 - 21:3612 secondi fa 2 min di lettura
Torture in carcere, ex provveditore a processo: richiesti 10 anni di pena

“Accuse pesantissime per un ex vertice del sistema penitenziario campano.” È un coro di voci indignate quello che si alza da Santa Maria Capua Vetere, dove il processo per le violenze avvenute nel carcere il 6 aprile 2020 ha sollevato polverone. Il procuratore aggiunto di Napoli, Alessandro Milita, in aula ha chiesto una condanna a dieci anni di reclusione per Antonio Fullone, ex provveditore alle carceri della Campania, definito l’artefice occulto di una operazione di repressione.

Durante la requisitoria, Milita ha chiarito come Fullone si sarebbe arrogato poteri inusuali, dando vita a un meccanismo di violenza dentro le mura della struttura. “Dispose la perquisizione e fu il promotore dei provvedimenti disciplinari,” ha spiegato il magistrato, evidenziando come già il giorno successivo ai fatti chiedesse un isolamento dei detenuti, infrangendo diritti fondamentali.

La richiesta di pena non si ferma qui. Per gli allora dirigenti del carcere, Maria Parenti e Arturo Rubino, il pubblico ministero ha invocato otto anni, punendo in particolare Parenti per aver garantito il “mantenimento della condizione di maltrattamento” per il detenuto Hakimi, costretto in isolamento.

Anche Francesca Acerra, ex capo del Nucleo Investigativo Regionale della Polizia Penitenziaria, ha ricevuto accuse pesanti. Per lei il pm ha chiesto nove anni di reclusione, rimarcando come il suo operato debba essere considerato un tentativo di depistaggio delle indagini invece che una ricerca della verità. “Ha fallito nel suo dovere di polizia giudiziaria,” ha affermato Milita.

Infine, clamorosa è stata la richiesta di dodici anni per Salvatore Mezzarano, sovrintendente della Penitenziaria, descritto dallo stesso procuratore come un “jolly” sempre presente nei momenti cruciali della violenza.

Resta ora da capire come si svilupperà questo processo, in un clima sociale che chiede giustizia e verità, e che non sembra volersi fermare davanti a nulla. Nel quartiere, infatti, l’attenzione è alta, e la comunità aspetta risposte.