Cronaca
Il grido di allerta del padre di Martina Carbonaro: «Dopo di lei, toccherà a me»
Napoli – Un clima di fortissima tensione ha segnato l’apertura del processo per l’omicidio di Martina Carbonaro, la quattordicenne trovata senza vita in un casolare abbandonato di Afragola lo scorso maggio. Davanti alla Corte d’Assise di Napoli, l’udienza ha visto come protagonista Alessio Tucci, il diciannovenne ed ex fidanzato di Martina, accusato di omicidio volontario aggravato.
Appena varcato il portone del nuovo Palazzo di Giustizia, è scoppiato un duro scontro verbale tra le famiglie. “Siamo qui per cercare giustizia, non per subire minacce”, ha dichiarato un familiare della vittima, il viso segnato dalla preoccupazione. I toni si sono alzati quando i parenti di Tucci hanno cercato di giustificare il comportamento del giovane, scatenando le ire della famiglia di Martina.
La situazione è degenerata rapidamente. Gli agenti di polizia e i carabinieri, presenti sul posto, hanno formato un cordone di sicurezza per mantenere l’ordine. I gesti di sfida si sono moltiplicati tra le due fazioni, fino a quando il padre di Martina ha alzato la voce: “Dopo avermi ucciso la figlia, vogliono uccidere anche me”. Le sue parole, cariche di dolore e angoscia, hanno risuonatole nella sala del tribunale.
Un dolore profondo ha caratterizzato l’intervento della madre di Martina, distrutta dal lutto. “Mia figlia, bella come il sole, oggi è in una tomba ad Afragola. L’assassino, invece, un domani potrà uscire dal carcere e godersi la vita”, ha affermato con la voce rotta. Ogni parola colpiva come un colpo al cuore, mentre l’aula si faceva sempre più pesante.
Sull’episodio di intimidazione in aula, l’avvocato della famiglia Carbonaro, Sergio Pisani, ha parlato di una “situazione inaccettabile”. Ha evidenziato l’importanza di un’assistenza psicologica per la famiglia, che ha subìto un trauma inimmaginabile. “Le scuse da parte della famiglia dell’imputato sarebbero il minimo”, ha aggiunto, richiedendo formalmente le registrazioni delle telecamere di sicurezza del tribunale per accertare quanto accaduto.
Il giudice, dopo aver formalizzato la costituzione di parte civile per il Comune di Afragola e alcune associazioni, ha rinviato il processo al prossimo 26 giugno. Ma la domanda è: cosa servirà davvero a portare giustizia in un caso così complesso e straziante? Il grido di dolore di una madre e il livore di una famiglia in cerca di verità restano aleggiare sulla città.