Cronaca
Cocaina in corsia e affari sotto Padre Pio: i segreti della holding per i Vip di Napoli
All’ombra di Piazza Dante, dove le strade di Napoli si stringono in vicoli affollati, un’inquietante verità è emersa agli occhi delle forze dell’ordine. Non si trattava solo di spaccio di droga, ma di un’operazione ben più complessa e organizzata. Ventitré persone sono finiti in carcere, colpevoli di gestire una “holding” dello spaccio, formalmente attiva ventiquattro ore su ventiquattro, capitanata da Luigi Lepre e dai suoi famigliari.
La Polizia e i Carabinieri hanno eseguito un blitz che ha scosso il quartiere del Cavone, un’area dove, come ha dichiarato un ufficiale in servizio: «La criminalità si è radicata in modo preoccupante, mescolandosi alla vita quotidiana». Le intercettazioni hanno rivelato che il clan operava come un’azienda, creando un legame tra borghesia e sottobosco criminale.
In particolare, l’inchiesta ha portato alla luce il ruolo chiave di un infermiere in servizio al Vecchio Pellegrini. L’uomo, che si faceva chiamare “dottore”, gestiva un traffico impressionante di droga nei vari ospedali. Alcuni testimoni hanno raccontato che non si limitava a fornire aiuto, ma si preoccupava di estendere il business tra i colleghi. «Fidolizza i tuoi, portami più gente», incitava al telefono, mentre la città si preparava al lockdown.
Era il 7 marzo del 2020, e tra i messaggi scambiati con gli uomini del clan si parlava di «coriandoli» e campionature, per attrarre nuovi clienti nel personale sanitario. L’infermiere non solo si preoccupava delle consegne, ma si lamentava anche per i ritardi, suggerendo astutamente di coinvolgere la vigilanza dell’ospedale per ottimizzare i tempi. «Dottore, sta venendo fuori al Pellegrini», sentiva ripetere dall’altro capo del filo, mentre i suoi colleghi erano ignari di ciò che accadeva.
Il 10 marzo, con Napoli che si svuotava e i controlli intensificati, la rete di distribuzione del clan sembrava resistente. Padre Pio aveva la sua statua, ma tra le misure di sicurezza e i posti di blocco, le strade si trasformavano in un vero e proprio campo di battaglia. Come è possibile che in un momento di crisi sanitaria ci siano stati cittadini pronti a infrangere ogni regola per il profitto?
Le dinamiche criminali che emergono da questa inchiesta sollevano interrogativi inquietanti. Quanti altri “dottori” ci sono che intrecciano professionalità e malaffare? E quale sarà il futuro di un quartiere come il Cavone, sempre più avvolto nel mistero e nell’ombra? Napoli chiede risposte, e la tensione rimane palpabile.Il lockdown a Napoli si trasforma in una farsa straziante e pericolosa. Dietro le mascherine e le restrizioni, il mercato della droga continua a brulicare, alimentato da una rete clandestina che non conosce crisi. In questo contesto, un avvocato del Vomero decide di forzare ogni limite pur di procurarsi la sua scorta di cocaina.
“Non c’è tempo da perdere,” ha dichiarato un agente delle forze dell’ordine. “La situazione è critica e non ci aspettiamo che i criminali si fermino, anche davanti alla pandemia.”
Le strade deserte di Napoli non sono un deterrente per chi ha bisogno di una dose. La professionista, ben consapevole dei rischi, chiama il suo “fornitore” Ciro Errico, un nome che sulla bocca della gente del Cavone fa tremare anche i più scettici. “Ciao Ciro, sono l’avvocato del Vomero,” inizia la conversazione, con un tono che mescola urgenza e familiarità. La sua voce tradisce una certa desolazione: “Immagino che non ci sia sempre nessuno che si può muovere, giusto?”
La risposta è affermativa. Il sistema di consegna a domicilio, una volta comodo, ora è troppo rischioso. Ma la donna non si arrende: “Se riesco a passare io ti avviso quando sto sopra”. Si tratta di un azzardo, un atto di sfida nella città più vigilata dal governo, dove il lockdown è legge.
Dopo pochi minuti, la chiamata si ripete. “Già sto fuori, sopra la salita tua,” annuncia trionfante, annullando ogni timore. La piazzetta Cappuccelle, che troneggia sotto la statua di Padre Pio, diventa il suo rifugio perennemente affollato di disperati in cerca di una via d’uscita, per l’ennesima volta.
A distanza di giorni, la scena si ripete. La Pasqua si avvicina e per chi vive nel vortice della dipendenza, la festa non è solo un momento di celebrazione. “Ciro, sono io. Il doppio però stavolta,” ordina, sicura. Il suo interlocutore la esamina con prudenza: “Dieci?” chiede, quasi sorpreso dalla richiesta. “Eh sì, la Pasqua faccio,” è la risposta. Un cambio di paradigma che rimpiazza festeggiamenti e convivialità con insaziabilità e ricerca di evasione.
Il sistema che regge il Cavone è un conglomerato perfettamente oliato, dove ogni anello della catena è forte e avvezzo al rischio. Chi gestisce il tutto si muove tra piazze e vicoli, parlando un linguaggio criptico ma chiaro per chi sa ascoltare. “Sto solo io” equivale a una dose.
Dietro queste voci, un’imbattibile macchina organizzativa si muove — fiorente, spietata — mentre i monitor delle forze dell’ordine catturano senza tregua ogni dettaglio. La pandemia, per quanto devastante sia stata, non ha scalfito il cinismo di una Napoli che si rifiuta di fermarsi. E quel senso di urgenza continua a rimbalzare tra le strade, come un eco in attesa di una risposta. Chi può fermare questa spirale?