Secondigliano: governance di prossimità come risposta alla violenza urbana
L’ultimo agguato in Secondigliano mette a nudo una distanza pesante tra chi ha il compito di presidiare le strade e chi di quelle strade vive ogni giorno. Non è solo una questione di episodi specifici, ma una fotografia della fragilità di una rete di sicurezza che non basta aumentare i controlli se non si accompagna con interventi sociali concreti e continui.
La lettura di quanto è successo non può ridursi a una cifra o a una somma di interventi isolati. Spesso si osserva una presenza più visibile della forza pubblica e, accanto, segnali di sofferenza sociale che restano senza una risposta coordinata. Presidi fissi e pattugliamenti frequenti non bastano se non organismi di ascolto funzionanti e centri di ascolto accessibili a chi ne ha davvero bisogno. Il risultato è una paradossale contraddizione: controllo apparente, ma mancate risposte tangibili sul territorio, soprattutto per le famiglie più fragili.
La domanda delle comunità locali è chiara: chiedono sicurezza reale senza etichette né stigmatizzazioni. Vogliono una governance di prossimità che metta insieme polizia, assistenza sociale, scuole e reti associative, lavorando fianco a fianco ogni giorno. L’obiettivo è intercettare i segnali di degrado prima che diventino insormontabili, accompagnare le famiglie in percorsi di uscita da situazioni critiche, offrire opportunità educative e lavorative. In una parola: una gestione del territorio capace di trasformare promesse in azioni concrete.
Questo approccio passa attraverso tavoli di coordinamento quotidiano e punti di ascolto realmente accessibili a bambini, ragazzi e anziani. È una cornice in cui la governance di prossimità non è una formula generica, ma un metodo operativo: una mappa dei servizi che funzioni davvero, una rete di contatti tra enti pubblici, parrocchie, centri di aggregazione e associazioni, e strumenti per condividere dati in forma protetta. È questa la chiave per costruire fiducia, non solo per arrestare il rischio presente, ma per prevenire nuove vulnerabilità.
Dal punto di vista operativo, la strada non è semplice né immediata. Si parla di strutturare progetti educativi nelle scuole, rafforzare reti di supporto alle famiglie, creare laboratori di cittadinanza attiva e definire una mappa chiara dei servizi disponibili. Non si tratta di idee astratte, ma di interventi che richiedono risorse, coordinamento e una cultura della presenza quotidiana: una partecipazione che non si limiti a rispondere a emergenze, ma che costruisca relazioni durevoli tra forze dell’ordine, servizi sociali e comunità.
In definitiva, la questione di Secondigliano non è solo una questione di ordine pubblico, ma di governance di prossimità. Le strade non si puliscono solo con pattuglie, ma con una rete di supporto che accompagni le famiglie, che renda visibili e accessibili i servizi, che coinvolga scuola, assistenza, parrocchie e associazioni in un progetto condiviso. Se la grande metropoli che è una parte di questa realtà vuole restare vivibile, deve investire in relazioni quotidiane, non in interventi spot. Solo così si può spezzare la logica dell’emergenza e trasformarla in una quotidianità sicura, accogliente e continuativa.
