Napoli – La procura antimafia chiude un capitolo pesante sulle reti di narcotraffico che avrebbero dominato la scena criminale tra Scampia e Miano. Ventisei imputati, un carico di accuse che complessivamente arriva vicino ai quattrocento anni di reclusione, e una richiesta di pene fino a vent’anni per i presunti vertici della holding criminale operante nel mercato della cocaina. Il processo, in primo grado, è vicino a chiudere la fase istruttoria con rito abbreviato, dinanzi al gip Grammatica, mentre la requisitoria del sostituto procuratore Lucio Giugliano ha delineato un quadro ritenuto solido dagli inquirenti.
L’indagine, partita da una lunga stagione di controlli, intercettazioni ambientali e pedinamenti condotti dalla Squadra Mobile (Sezione Narcotici) e dal Commissariato di Scampia, è arrivata a mappare la rete dello spaccio concentrata soprattutto attorno alla cosiddetta “33” di via Ghisleri. Non solo piazze storiche: l’inchiesta descrive un sistema imprenditoriale illecito capace di evolversi verso consegne a domicilio e appuntamenti rapidi in diverse zone della città, dalla stessa Scampia ai quartieri limitrofi come Chiaiano, fino ai Colli Aminei. Il risultato è un mercato milionario che alimenta le famiglie degli affiliati detenuti e mette liquidi nelle cassaforti dei clan, con una cornice di violenza che ha acceso tensioni tra fazioni in passato contrapposte, come mostrano i contatti tra i mianesi e le fazioni Amato-Pagano, culminati anche in un tentato agguato nell’estate del 2022.
A dare sostanza all’impianto accusatorio, come riportato da Il Roma, sono state soprattutto le dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Luigi Rignante, tra i testi chiave, ha ricostruito con grande precisione le dinamiche interne al gruppo. «Il padrone assoluto della piazza era Massimiliano Cafasso – racconta il pentito – ma il momento di massimo splendore fu quello della gestione di Paolo Gervasio e Salvatore Mele. Lì si creò un impero da milioni di euro. Gli Amato-Pagano li promossero a gestori di tutto lo smercio di cocaina a Scampia. I carichi arrivavano a loro, e loro li smistavano in tutta la città e in tutta la Campania».
La mappa tracciata dal testimone va oltre la semplice collocazione di basi logistiche: evidenzia una suddivisione operativa tra canali di vendita di hashish, marijuana e crack rispetto al flusso di cocaina, che era gestito in modo particolarmente centralizzato e controllato dagli esponenti della cosca scissionista. In questa ricostruzione, Cafasso – noto anche come “Maglietella” – emerge come figura chiave: veterano della faida del 2004 contro i Di Lauro e considerato tra i promotori storici del sodalizio. Nonostante un difetto di gravità indiziaria immediata rilevato dal gip in relazione al suo stato di detenzione protratta, il suo profilo resta centrale per gli inquirenti.
Accanto a Cafasso, la figura di Salvatore Mele, alias “Saviuccio”, viene indicata come protagonista di una fase di riattivazione della piazza di spaccio, una gestione che secondo Rignante sarebbe tornata in piena attività anche dall’interno del carcere. «In carcere parlai con Mele – ricorda il pentito – e mi disse chiaramente»; questa parte del racconto, riportata nelle differenti ricostruzioni, è stata quindi inclusa nel quadro accusatorio come elemento chiave della rete.
Tra i nomi che emergono dall’inchiesta spicca anche Paolo Gervasio: la fase culminante della rete è descritta come un periodo in cui l’organizzazione avrebbe consolidato un controllo capillare su corridoi logistici e canali di approvvigionamento, mantenendo una presenza dominante su una parte significativa del traffico di cocaina a Scampia e, più in generale, sull’area metropolitana. L’individuazione di questi ruoli non significa una condanna automatica: la cronaca giudiziaria resta in forza della prudenza, della presunzione di innocenza e della netta distinzione tra accuse e fatti accertati.
Resta da chiarire quale sarà l’evoluzione della posizione processuale: l’istruttoria è ancora in corso, con la procura che mantiene l’impostazione dura e l’udienza di requisitoria in programma per definire il perimetro delle responsabilità. Le prossime settimane di dibattimento potrebbero offrire chiavi interpretative diverse rispetto alla mappa inizialmente delineata, ma la cornice resterebbe quella di un’indagine che ha squarciato le dinamiche di una rete molto ramificata, capace di trasformare un giro d’affari illeciti in una sorta di impresa criminale capillare.
In fase di chiusura, resta centrale la domanda su come la magistratura valuterà la gravità delle condotte e quali risposte arriveranno alle famiglie degli affiliati coinvolti, nonché quali sviluppi potrà offrire l’esame delle prove raccolte in sede d’indagine. L’esito del rito abbreviato e delle successive tappe processuali sarà determinante per capire se questa “holding” della droga napoletana potrà continuare a operare dall’ombra o se il peso delle prove condurrà a una definitiva chiarificazione della verità giuridica.Scampia, la Dda chiama in causa il clan Amato-Pagano: richieste di condanne per 26 imputati nel rito abbreviato toccano quota 362 anni e 4 mesi di carcere complessivo
La Direzione Distrettuale Antimafia ha chiesto pene che, complessivamente, sfiorano i 362 anni di distanza in reclusione per 26 imputati giudicati con rito abbreviato nel contesto di un’indagine legata al clan Amato-Pagano di Scampia. L’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Lucio Giugliano e affiancata da magistrati come Mariangela Magariello, mette a fuoco la rete territoriale e le responsabilità di un gruppo ritenuto in grado di esercitare controllo su porzioni significative della vita pubblica e privata del quartiere.
Secondo quanto emerso nel corso delle verifiche, una figura di rilievo avrebbe riconquistato una centralità all’interno della dinamica criminale locale, riassumente il ruolo di referente sul territorio: sarebbe lui a guidare le relazioni e i contatti con altri componenti della rete Amato-Pagano su Scampia. L’estrinsecazione del potere sul territorio, inclusa la gestione di spazi comuni, è stata descritta come elemento chiave nell’ordinamento delle attività illecite, con riferimenti a una precedente figura di riferimento chiamata “Frizione” che sarebbe stata sostituita da questa nuova leadership.
Tra i nomi interessati dalle richieste di condanna, emerse nel corso del rito abbreviato, figurano: Mario Abbatiello (20 anni di reclusione), Salvatore Mele (20), Pasquale Capano (19 anni e 8 mesi), Antonio De Matteo (18), Giovanni Conte (18 anni e 8 mesi), Antonio Musto (18 anni e 8 mesi), Antonio Abbatiello (16), Giuseppe Cacciapuoti (16 anni e 4 mesi), Pasquale Luongo (15), Alessio Francesco D’Ambrosio (13), Salvatore Bifolchetto (12), Gennaro Calvino (12 anni e 4 mesi), Fabio Cartigiano (12), Laura De Salvo (12), Cesare Di Domenico (12), Gennaro Gaglione (12 anni e 4 mesi), Dimitro Tsevtzov (12 anni e 4 mesi), Gabriele Vallefuoco (12), Vincenzo Castelnuovo (11), Cristian Celentano (10 anni e 4 mesi), Nicoletta Mascaro (10 anni e 4 mesi), Michael Rossi (9 anni e 8 mesi), Giovanni Russo (9 anni e 4 mesi), Luciano Carbone (8) e Giovanni Castiello (8).
Nel conto complessivo, il risultato richiesto dall’accusa mette insieme una serie di punizioni diverse a seconda delle posizioni e delle condotte attribuite: una stima che riflette un mosaico di responsabilità accertate e contatti con esponenti della rete criminale. A supporto delle richieste di condanna, il fascicolo conta anche il contributo di un team di giudici e pm che hanno seguito le fasi operative dell’indagine, con la partecipazione di figure come il sostituto procuratore Giugliano e altri magistrati componentsi del pool investigativo.
Il quadro legale è completato dall’indicazione dei professionisti che assistono i difesi degli imputati: tra gli avvocati citati figurano Luca Mottola, Luigi Poziello, Domenico Dello Iacono, Dario Carmine Procentese, Francesco Foreste, Antonella Regine, Alessio Ruoppo e Antonietta Madore. In parallelo, la stagione processuale resta segnata da prudenza e presunzione di innocenza, elementi cardine della cronaca giudiziaria in cui la verità dei fatti dovrà emergere dalle sedi competenti.
La visuale sul contesto urbano di Scampia resta al centro di questa pagina giudiziaria: la Dda, al di là della singola forchetta delle condanne, evidenzia una organizzazione criminale capace di incidere sulla vita quotidiana del quartiere, con infiltrazioni che avrebbero toccato la gestione di spazi comuni e relazioni tra i suoi esponenti. La traiettoria delle indagini continua a delineare un mosaico di responsabilità e di responsabilità potenziali, con gli accertamenti ancora in corso e la prospettiva di sviluppi futuri che potranno ulteriormente chiarire i contorni di questa operazione giudiziaria.
Con una parte degli imputati già accompagnata dall’annotazione delle pene richieste, resta da vedere come il tribunale valuterà le evidenze presentate e quale sarà l’esito formale del rito abbreviato. Nel frattempo, la vicenda riporta al centro della cronaca giudiziaria di Napoli e della Campania il tema della lotta alle organizzazioni criminali e al controllo territoriale che esse pretendono di esercitare sui quartieri popolari.
