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Napoli, confessione in aula di un boss camorrista sul cold case del Rione Traiano

Napoli, confessione in aula di un boss camorrista sul cold case del Rione Traiano

Napoli, una svolta inattesa nel cold case dell’omicidio Ivone, consumato nel 2000 in via Tertulliano al Rione Traiano. In videoconferenza dal carcere di Rebibbia, Massimiliano Esposito, storico ras di Bagnoli noto come “’o scognato” e da tempo al centro di questa inchiesta, ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee davanti al gip Maria Laura Ciollaro e al pubblico ministero della DDA Maria Sepe. L’uomo, che si trova nel regime del 41-bis, ha comunicato una scusa alle famiglie della vittima e ha ammesso le proprie responsabilità, offrendo al contempo una ricostruzione inedita degli equilibri che regolavano quel periodo di fuoco.

Contemporaneamente, anche il coimputato Maurizio Bitonto, noto come “provolino”, ha seguito la stessa linea, presentando una confessione comuneai fini del procedimento, entrambi assistiti dal medesimo collegio di difesa composto dagli avvocati Rocco Spina e Saverio Senese. L’apertura del rito è avvenuta nel contesto di un lavoro investigativo guidato dalla Squadra mobile, che ha visto l’intervento della magistratura in un processo di primo grado seguito a una lunga stagione di indagini.

La ricostruzione di Esposito dettaglierebbe un errore di bersaglio e una vendetta mal calibrata. Secondo la ricostruzione fornita, il commando progettava di colpire Rodolfo Zinco, esponente del clan Rossi, ma non trovandolo sulla strada optò per Ivone, che si trovava all’esterno di un chiosco al momento dell’assalto. La dinamica indicata dal boss sarebbe nata come risposta a due precedenti attacchi armati ai danni del suo clan, uno dei quali avvenuto in presenza del figlio di Esposito, all’epoca ancora in tenera età. Oggi, a distanza di anni, l’imputato avrebbe ripudiato quell’azione, ammettendo la responsabilità e riconoscendo la logica criminale che ne aveva guidato la pianificazione.

Sul tavolo dell’aula c’è anche la dimensione investigativa che ha accompagnato la vicenda fin dall’inizio. Il pentito Marco Conte aveva fornito elementi chiave che avevano individuato un gruppo operante tra Fuorigrotta, Bagnoli e il Rione Traiano, e che avevano contribuito a ridefinire la portata del controllo criminale nell’area, includendo più membri e una rete di collegamenti tra diverse zone della città. Le tappe processuali del passato, tra annullamenti e interventi della Corte di Cassazione, avevano riaperto la strada al dibattimento, aprendo la strada a una nuova fase che oggi vede una sorpresa nei comportamenti degli imputati.

La conferma della confessione, unita alle contrapposizioni e alle rivelazioni di Conte, sta a indicare una possibile riscrittura della versione giudiziaria dei fatti. Il procedimento resta in mano agli organismi giudiziari: le nuove dichiarazioni arrivano in un momento delicato del processo, in cui la valutazione delle responsabilità – sempre nell’ottica della presunzione di innocenza – è affidata al giudice e agli strumenti di indagine in corso. La prossima fase del dibattimento potrebbe chiarire ulteriormente le circostanze della notte in cui Ivone perse la vita e definire i contorni di una rete criminale in evoluzione, legata a dinamiche di potente influenza nel tessuto urbano settentrionale di Napoli.

Restano da seguire gli sviluppi dell’udienza e i successivi passaggi istruttori, che dovranno accertare con cura quali elementi delle dichiarazioni odierne siano confermati dalle prove e quali restino nell’ambito delle ricostruzioni. Nel frattempo, la città di Napoli osserva un capitolo che, seppur segnato da una lunga storia processuale, potrebbe segnare una svolta significativa nel modo in cui è stata interpretata questa lunga stagione di violenza e di potere criminale nel territorio.

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