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Clan Raia di Scampia: Dda chiede oltre 239 anni di carcere; sette imputati rischiano 20 anni

Clan Raia di Scampia: Dda chiede oltre 239 anni di carcere; sette imputati rischiano 20 anni

Scampia, Napoli – È approdato in aula il capitolo finale della requisitoria nel maxiprocesso che vede 15 imputati ritenuti legati al clan Raia. Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, gli indagati avrebbero consolidato la presenza nell’area tra Chalet Bakù e l’Oasi del Buon Pastore, governando le piazze di spaccio, esercitando pressioni sugli alloggi popolari e ricorrendo all’intimidazione per gestire gli affari illeciti.

La somma delle richieste avanzate dal pubblico ministero Giugliano ammonta a 239 anni, un mese e quattro giorni di carcere. Le pene più alte, proposte per sette imputati, si attestano a 20 anni ciascuna: Costantino Raia, Francesco Raia, Patrizio Raia, Carmela Ruggiero, Pietro Gemito, Vincenzo Gemito e Francesco Esposito. A seguire, Antonio Garzia è chiamato a 18 anni e otto mesi, mentre Giovanni Raia dovrebbe scontarne 18. Una parte della platea della requisitoria riguarda poi Luigi Ruffo, per il quale si propone una pena di 13 anni e quattro mesi, e quattro altri imputati – Pasqualina Raia, Salvatore Russo, Massimiliano Parlato e Ciro Gabriele – con 12 anni a testa. Infine Tommaso Rusciano vedrebbe chiesta una condanna di 13 mesi e quattro giorni. Pur così pesante, si tratta soltanto di richieste e non di condanne definitive: la responsabilità penale di ciascun imputato dovrà essere accertata dal tribunale nel pieno rispetto della presunzione di innocenza.

L’inchiesta, partita nel 2019, è stata sviluppata dalla Dda di Napoli con la collaborazione della squadra mobile della Questura e dei carabinieri del Comando provinciale. La ricostruzione accusatoria è stata alimentata da intercettazioni telefoniche e ambientali, riscontri investigativi e le dichiarazioni di sei collaboratori di giustizia. Tra i nomi evocati negli atti compaiono Gennaro Notturno, noto come “Saracino”, e Luigi Rignante, indicati tra i riferimenti principali delle dinamiche interne al gruppo.

Secondo quanto emerge dagli atti, le conversazioni intercettate avrebbero consentito di delineare non solo i rapporti interni e le modalità di gestione degli affari, ma anche i meccanismi di ripartizione dei proventi. Le dichiarazioni dei collaboratori avrebbero contribuito a tratteggiare gli equilibri tra i gruppi criminali attivi nell’area nord di Napoli e l’evoluzione dei rapporti tra la famiglia Raia e altre cosche camorristiche.

A febbraio scorso sono state eseguite quindici misure cautelari in carcere nell’ambito delle contestazioni che contemplano associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti ed estorsioni. Tra i destinatari figuravano Costantino e Francesco Raia, già detenuti per altri reati, oltre a Pasqualina Raia. Le misure adottate durante le indagini non equivalgono a condanne, ma rappresentano strumenti ristrettivi in attesa degli sviluppi processuali.

Al centro dell’impianto accusatorio c’è il controllo delle attività di spaccio nelle due aree ritenute strategiche per gli equilibri criminali di Scampia: Chalet Bakù, con particolare riferimento ai lotti T/A e T/B, e l’Oasi del Buon Pastore, nel lotto R. La Dda sostiene che il gruppo avrebbe organizzato una rete di distribuzione degli stupefacenti caratterizzata da una chiara suddivisione dei compiti, riferimenti operativi sul territorio e collegamenti tra chi procure l’approvvigionamento e chi si occupa della vendita al dettaglio, agganciando i propri affari a dinamiche camorristiche radicate nell’area nord di Napoli.

La richiesta di pena, per quanto imponente, resta una fase procedurale: la piena responsabilità penale degli imputati sarà stabilita in sede giudiziaria, nel rispetto delle regole della presunzione di innocenza. Il processo proseguirà con l’esame degli elementi acquisiti nelle indagini, tra intercettazioni, riscontri e testimonianze, per sciogliere i dubbi residui su ciascun atto contestato.Napoli al centro di un’inchiesta che dipinge un quadro di controllo capillare del territorio, fondato sulla gestione della droga come principale fonte di guadagno e come strumento di potere da parte di un gruppo criminale. Secondo l’ipotesi investigativa, l’organizzazione avrebbe usato la vendita di stupefacenti non solo per introiti economici ma anche per affermarsi e imporre la propria presenza, condizionando gli altri gruppi e tenendo salda una posizione dominante in una porzione di quartiere.

La ricostruzione degli inquirenti descrive un sistema articolato in cui le attività quotidiane sarebbero state supportate da una struttura capace di coordinare operazioni, assicurare la continuità delle attività anche in presenza di arresti o detenzioni e mantenere i legami tra diverse componenti del gruppo. Tra le accuse emergono anche il traffico di armi e l’uso di cellulari provenienti dagli istituti di pena, strumenti presunti per preservare i contatti tra affiliati liberi e detenuti.

Una delle linee di indagine riguarda le cosiddette “stese”, dimostrazioni di forza con armi da fuoco che, nell’evoluzione della criminalità organizzata, servirebbero a segnare la presenza del gruppo in specifiche aree e a spaventare rivali e competitor. Secondo la ricostruzione accusatoria, questi episodi si inseriscono in una strategia più ampia di consolidamento della posizione criminale e di pressione sulle realtà concorrenti.

Il quadro dipinto dagli investigatori punta anche a un’evoluzione nei rapporti con il clan Abete-Notturno, indicato come un tempo alleato del gruppo Raia. L’affermarsi della famiglia Abete-Notturno avrebbe modificato gli equilibri preesistenti, influendo sulla ripartizione delle aree d’influenza e sulle piazze di spaccio. Il controllo del territorio, secondo l’indagine, sarebbe stato perseguito attraverso una combinazione di gestione delle attività illecite, disponibilità di immobili e capacità di esercitare pressione sugli avversari, accompagnate da una rete di collegamenti tra i diversi componenti.

Un capitolo particolarmente significativo riguarda la gestione degli alloggi popolari. Le investigazioni contestano che il gruppo avrebbe esercitato pressioni per ottenere disponibilità di appartamenti occupati o riconducibili ad altri soggetti, allo scopo di destinarli a affiliati o di inserirli in trasferimenti illeciti. Se confermata, questa dinamica rafforzerebbe il radicamento territoriale dell’organizzazione e trasformerebbe gli immobili in una risorsa logistica utile a consolidare la presenza nelle aree considerate strategiche. In questa cornice, i rapporti con l’area Notturno assumerebbero una funzione di consolidamento: il gruppo Raia, originariamente legato a quel contesto, avrebbe progressivamente acquisito autonomia e, secondo l’accusa, esercitato pressioni anche su soggetti legati all’area di riferimento precedente.

La finalità contestata sarebbe quella di liberare appartamenti e rafforzare il controllo sulle abitazioni popolari, con potenziali ripercussioni sulla disponibilità di spazi abitativi e sulla vita quotidiana dei residenti. Inoltre, tra gli elementi emersi figurerebbe la presunta esistenza di una cassa comune alimentata dai proventi delle attività illecite e destinata a sostenere gli affiliati detenuti, offrendo loro una “mesata” o quota di sostegno.

Il quadro tracciato dagli inquirenti resta, a oggi, nel dominio dell’ipotesi investigativa. Le condotte contestate dovranno essere valutate nel corso del procedimento, alla luce degli elementi acquisiti e delle responsabilità attribuite a ciascun imputato. L’indagine continua, con l’esigenza di chiarire i contorni degli intrecci tra le diverse componenti del gruppo, la reale estensione delle aree di influenza e l’impatto sulle comunità interessate.

Napoli e la Campania, contesto di questa attività istruttoria, restano al centro dell’attenzione per la complessità delle dinamiche descritte: una vicenda che, se confermata, potrebbe avere ripercussioni non solo giudiziarie ma anche sociali, toccando in modo significativo i quartieri coinvolti e la percezione di sicurezza dei residenti. Gli accertamenti proseguono per definire responsabilità e rapporti tra gli elementi dell’organizzazione, nonché per stabilire se e in che misura il controllo del territorio sia effettivamente stato condizionato dagli illeciti descritti.Una nuova tranche dell’indagine sulla camorra dell’area nord di Napoli mostra una rete strutturata in grado di sostenersi anche quando alcuni protagonisti sono detenuti. Al centro dell’inchiesta emergerebbe una cassa comune e pratiche di sostegno agli affiliati e alle loro famiglie, monitorate attraverso intercettazioni e atti d’indagine.

Secondo quanto riportato negli atti, sarebbero state organizzate delle cosiddette mesate: somme periodiche attribuite agli affiliati e ai familiari, destinate a mantenere l’organizzazione in moto e a garantire continuità alle attività illecite. Le registrazioni telefoniche citate dagli investigatori documenterebbero discussioni su come ripartire i proventi tra i componenti la rete, con quote più significative per chi era libero di operare sul territorio e quote differenziate per i congiunti detenuti.

Gli elementi accusatori indicano che questo meccanismo avrebbe avuto una funzione essenziale per la tenuta economica del sodalizio, nonché per sostenere quei soggetti legati all’organizzazione nel periodo di interdizione o di detenzione. Resta però da definire il valore probatorio delle conversazioni e la effettiva responsabilità dei singoli dentro a questa dinamica, che sarà valutata dal giudice nel corso del processo.

Dai Notturno al clan Amato-Pagano: il quadro dell’inchiesta ruota intorno a una crescita di autonomia della rete Raia nel contesto della camorra dell’area settentrionale di Napoli. Il collegamento con il clan Amato-Pagano sarebbe emerso nel filmato storico degli assetti, nato a seguito della frattura con il clan Di Lauro nel 2004. Stando agli atti, la rete Raia avrebbe progressivamente consolidato la propria autonomia, sottraendo spazi al clan Notturno e rafforzando la presenza nei lotti T/A e T/B dello Chalet Bakù e nell’area dell’Oasi del Buon Pastore.

Un punto ricorrente nelle ricostruzioni è la scarcerazione di Costantino Raia, avvenuta il 28 dicembre 2018, ritenuta uno snodo utile per capire l’evoluzione degli equilibri tra le componenti criminali. Secondo la relazione degli inquirenti, il sodalizio avrebbe operato con autonomia significativa fino al 12 dicembre 2022, per poi essere inquadrato in una cornice riconducibile al clan Amato-Pagano, con riferimenti a figure come Alessandro De Cicco e Luigi Diano. Le autorità non escludono che tali collegamenti possano spiegare la gestione delle attività illecite a Scampia, sebbene resti da valutare la portata delle responsabilità individuali.

La descrizione fornita dagli atti dipinge una struttura organizzata su più livelli, con una cabina di regia familiare e una rete di coordinatori incaricati di assicurare il funzionamento quotidiano. In cima alla piramide figurano Costantino, Francesco, Patrizio e Giovanni Raia, indicati come coloro cui spetterebbero direttive, coordinamento degli affari e decisioni cruciali legate alla gestione delle piazze, agli incassi e ai rapporti con altre realtà criminali. Una fascia intermedia avrebbe avuto il compito di orchestrare le attività sul territorio, includendo nomi come Luigi Ruffo, Carmela Ruggiero, Pietro Gemito, Antonio Garzia e Francesco Esposito; Vincenzo Gemito risulterebbe direttamente operativo.

Tra le responsabilità operative, Massimo Dannier sarebbe indicato come referente della piazza di hashish e marijuana allo Chalet Bakù, mentre Salvatore Russo e Tommaso Rusciano sarebbero stati coinvolti nella gestione quotidiana delle piazze e nella vendita al dettaglio. Tra i nomi citati c’è anche Massimiliano Parlato, a cui l’accusa attribuirebbe una funzione specifica all’interno della rete, distinguendo ruoli e compiti nel percorso di approvvigionamento e distribuzione.

Gli atti restano aperti sul piano processuale: la dinamica di potere tra le diverse componenti, i ruoli effettivi e le responsabilità individuali saranno valutati nel corso delle udienze, nel rispetto della presunzione di innocenza. L’inchiesta, però, mette in evidenza come una camorra capace di articolarsi su più livelli possa organizzare risorse e relazioni anche in presenza di incarcerazioni, mirata a conservare controllo territoriale e flussi economici.Napoli, maxi-processo tra traffico di droga ed estorsione: la Dda chiama al banco dei sette imputati e ipotizza pene molto pesanti, per un totale di oltre 239 anni di carcere. È quanto emerso nella requisitoria finale del procedimento, dove la procura ha chiesto al Tribunale di Napoli condanne significative per una rete ritenuta capace di tenere insieme diverse settore criminali sul territorio.

Secondo quanto riferito dalla Dda, l’indagine ha delineato un’organizzazione che avrebbe orchestrato traffico di stupefacenti, estorsioni, controllo di alloggi e gestione dei proventi illeciti. Le intercettazioni, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e altri riscontri avrebbero consentito di ricostruire i legami interni e le dinamiche territoriali tra i soggetti coinvolti. La difesa, come da prassi, dovrà ora confrontarsi con le evidenze espresse dall’accusa nel corso dell’udienza di discussione.

Le richieste di condanna più alta, pari a vent’anni di reclusione, sono state formulate per sette imputati: Costantino Raia, Francesco Raia, Patrizio Raia, Carmela Ruggiero, Pietro Gemito, Vincenzo Gemito e Francesco Esposito. Per Antonio Garzia la procuratrice ha chiesto 18 anni e otto mesi, mentre Giovanni Raia è destinatario di una pena di 18 anni. Luigi Ruffo è stato indicato per 13 anni e quattro mesi. Per Pasqualina Raia, Salvatore Russo e Massimiliano Parlato la somma delle pene chieste ammonta a 12 anni ciascuno; infine Tommaso Rusciano sarebbe destinatario di 13 mesi e quattro giorni.

La somma di tutte le pene richieste arriva a 239 anni, un mese e quattro giorni di reclusione. Ma si tratta di richieste dell’accusa: la valutazione finale spetta al Tribunale di Napoli, che dovrà verificare i capi di imputazione e stabilire la colpevolezza o l’innocenza dei singoli soggetti. In ogni caso resta ferma la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Il quadro fornito dall’indagine dipinge una rete strutturata in grado di gestire più livelli di attività illecita: dallo spaccio alle risorse economiche illecite, passando per il controllo di alloggi e la gestione dei proventi, con l’obiettivo di mantenere saldi i legami sul territorio. L’esito del processo, atteso nelle prossime fasi, definirà se le ricostruzioni della Dda troveranno conferma in sede giudiziaria.

Foto di gruppo (da sinistra in alto: Costantino Raia, Francesco Raia, Patrizio Raia, Carmela Ruggiero, Pietro Gemito; in basso da sinistra Francesco Esposito, Antonio Garzia, Giovanni Raia, Pasqualina Raia, Salvatore Russo). L’immagine accompagna un contesto processuale in cui le identità dei singoli imputati restano al centro dell’esame della magistratura, con la procura che ha messo in chiaro il carattere esteso dell’organizzazione e la gravità delle condotte contestate.

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