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Carmine Chianese, maxisequestro da 220 milioni di euro legato a presunte attività camorristiche

Carmine Chianese, maxisequestro da 220 milioni di euro legato a presunte attività camorristiche

Sequestro da circa 220 milioni di euro: l’indagine antimafia smantella un nuovo «imperversare» imprenditoriale legato a contatti con cluster camorristici in Campania. L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e eseguita dalle Fiamme Gialle dei Nuclei di Polizia Economico-Finanziaria di Napoli e Bologna insieme agli uomini dello Scico, ha posto i sigilli a beni, società e patrimoni riconducibili all’imprenditore Carmine Chianese e ai suoi familiari. Il provvedimento di prevenzione è stato firmato dalla Sezione per l’Applicazione delle Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli.

La mappa patrimoniale sottoposta a sequestro è ampia e articolata. Sono state colpite tre società operanti nel settore immobiliare e sanitario, con quote e complessi aziendali inchiodati dalla misura cautelare. Complessivamente sono stati vincolati 394 immobili distribuiti tra la provincia di Napoli e la Capitale, includendo appartamenti, locali commerciali, uffici, depositi e aree in fase di costruzione. Non è tutto: tra i beni sequestrati figurano 12 veicoli e 28 rapporti finanziari, comprendenti conti correnti, strumenti di investimento e polizze assicurative, elementi che delineano un profilo di ricchezza ben al di là di quanto dichiarato agli istituti fiscali.

Sotto la lente degli investigatori è finito un intreccio di rapporti tra l’imprenditore e personalità tradizionalmente vicine al mondo della criminalità organizzata locale. Le verifiche hanno trovato conferme, tra le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, di contatti e accordi finalizzati ad accelerare la realizzazione di importanti progetti immobiliari, tra cui risulta centrale il complesso residenziale noto come Parco Primavera, situato a Melito di Napoli. Il dipanarsi di queste dinamiche sembra aver alimentato, secondo l’ipotesi investigativa, un flusso di risorse e assets che hanno trovato collocazione in settori sensibili come quello immobiliare e sanitario.

Il quadro emerso dagli accertamenti va letto anche alla luce della sproporzione tra redditi dichiarati e patrimonio disponibile. L’analisi economico-finanziaria condotta dagli inquirenti ha evidenziato una marcata discrepanza tra quanto indicato nelle dichiarazioni fiscali e la reale intensità delle attività economiche e delle risorse accumulate nel tempo dall’imprenditore e dai familiari. Un elemento che ha contribuito a innescare la procedura di prevenzione patrimoniale, nel contesto della normativa antimafia, che permette il sequestro di beni qualora emerga sia la pericolosità sociale sia una sproporzione consistente tra reddito lecito e patrimonio posseduto.

La figura di Carmine Chianese, originario dell’area a nord di Napoli e impegnato soprattutto tra Melito e i comuni limitrofi, è stata oggetto di numerose inchieste antimafia nei anni, con riferimenti nei dossier di collaboratori di giustizia che descrivono un possibile legame tra l’imprenditoria edilizia e i clan della zona nord-napoletana (tra cui fazioni legate ai Mallardo, ai Puca, ai Verde e agli Scissionisti). Le verifiche hanno anche toccato contesti familiari d’impresa, come la parentela con Cipriano Chianese, figura ricorrente in inchieste legate al settore dei rifiuti. Non mancano riferimenti a precedenti processuali legati a contatti tra apparati bancari, gestione di rifiuti e attività immobiliari, anche se il cammino processuale di Carmine Chianese ha visto alternarsi pronunce di assoluzione e altre pronunce conservative nel passato.

La materia antimafia non resta quindi una questione di singoli enti: la posizione di Chianese resta al centro di ripetuti interventi della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli. La normativa vigente consente di aggredire beni e strumenti patrimoniali qualora emergano sia contiguità pericolose sia una sproporzione tra redditi dichiarati e patrimonio accumulato, come in questo caso. L’esito degli accertamenti, per ora, resta nel solco della prevenzione: i sigilli restano e la lista di beni vincolati racconta una storia di controllo giudiziario su un tessuto economico che, secondo le indagini, traballava tra l’edilizia, l’immobiliare e interessi sanitari. In attesa di sviluppi, la posizione di Carmine Chianese e dei suoi familiari è sotto stretta osservazione delle autorità competenti, mentre la comunità resta chiamata a monitorare gli effetti di tale intervento sulla dinamica imprenditoriale locale e sulla percezione di regole e trasparenza nel tessuto economico campano.

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