Cronaca di Napoli
Cronaca

Bacio Terracino: la vendetta Moccia riapre il cold case, 500 euro al killer e 70 mila al clan

Bacio Terracino: la vendetta Moccia riapre il cold case, 500 euro al killer e 70 mila al clan

La ricostruzione fornita dai pentiti getta nuova luce su l’omicidio di Mariano Bacioterracino, assassinato nel pieno giorno nel Rione Sanità il 11 maggio 2009, e rivela un meccanismo di pagamenti, alleanze e logistica che hanno alimentato quel delitto per anni rimasto senza colpevoli definitivi. La Dda ha emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Oscar Pecorelli, detto “o malomm” (ritenuto mandante), e di Ciro Culiersi, indicato come l’uomo al volante dello scooter impiegato nell’agguato.

Intercettazioni di firme pentite descrivono un meccanismo di costi e ricompense che segnava la preparazione e l’esecuzione dell’omicidio. Secondo le deposizioni, la somma prevista per la cosiddetta “ macchina di morte” era calibrata: cinquecento euro al sicario per premere il grilletto e settantamila euro versati ai vertici del clan per mettere in moto l’intera orchestrazione. È questa tariffa che le inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia riferiscono come parte di un sistema ben strutturato, capace di mettere a segno un colpo così audace senza lasciar tracce definitive per tempo.

La mappa delinquenziale tracciata nei verbali dei collaboratori, in particolare quella di Biagio Esposito, collega direttamente l’azione criminale a reti di alleanze complesse. Esposito ricorda un vertice itinerante, tre-quattro giorni prima dell’omicidio, dove Gennaro Sacco – allora al centro del controllo nel rione San Pietro a Patierno e nel quartiere Berlingieri – avrebbe potuto contare sull’appoggio della sanità, territorio controllato dall’ascendente Lo Russo. Il contesto di quel meeting resta cruciale: lì veniva discusso come superare i rischi imposti dalle misure di sorveglianza speciale cui Sacco era sottoposto, e come garantire l’esecuzione anche alla luce delle distanze tra i vari gruppi affiliati.

La catena di contatti che ha reso possibile l’azione transitava lungo un percorso che attraversava Mugnano e Secondigliano, due snodi chiave per le fazioni in campo. Esposito spiega che la richiesta di sostegno non fu rivolta agli Lo Russo direttamente, bensì a Domenico Antonio Pagano, confidando che l’intreccio di rapporti familiari e interessi possa facilitare l’operazione. Da Afragola giungevano gli emissari incaricati di ascoltare la risposta e di coordinare le contromisure necessarie. Il patto tra le famiglie Amato-Pagano e quella di Miano sembrava restare l’elemento decisivo per avere quel lasciapassare a Sanità, roccaforte dei Lo Russo, necessario per portare a compimento l’omicidio.

Tra i capitoli della indagine emergono nomi e ruoli di rilievo: Pecorelli, ritenuto mandante, e Culiersi, indicato come la guida del motorino utilizzato nell’agguato. In parallelo, le deposizioni ricordano la presenza di attori provenienti da Afragola e altri quartieri dell’area nord-orientale della città, intrecciati con il contesto del Secondigliano, dove le alleanze venivano tessute per stabilire un controllo territoriale sempre più solido.

«La fonte delle mie informazioni è Gennaro Sacco, a capo dell’omonimo clan che controllava la zona di San Pietro a Patierno e del Rione Berlingieri», racconta Biagio Esposito ai magistrati. «Ricordo che tre-quattro giorni prima dell’omicidio Gennaro Sacco, tramite il figlio Carmine, venne nel Lotto G e chiese di Domenico Antonio Pagano, detto Zio Mimì, perché doveva portare un’imbasciata del padre». Le parole del pentito, rievocate nel contesto delle nuove misure cautelari, descrivono una rete di relazioni che andava oltre un singolo atto criminoso, intrecciando famiglie e quartieri con una logica di protezione e di profitto.

L’inchiesta odierna non fa che rilanciare una storia ormai lunga: un cold case che ha attraversato processi con esiti contraddittori, assoluzioni nei doppi giudizi e, ora, una ricostruzione che attribuisce responsabilità ben identificate. Gli investigatori sottolineano che la dinamica resta al vaglio e che le nuove dichiarazioni dei collaboratori hanno permesso di chiarire movimenti, appoggi logistici e la catena di comando che ha portato all’esecuzione di Bacioterracino. Il quadro emerso conferma l’esistenza di una rete articolata, capace di collegare diversi quartieri e fazioni dell’area napoletana e di muovere risorse ingenti per assicurare i propri interessi illeciti.

Sul piano giudiziario, resta da seguire l’evoluzione delle indagini e le eventuali ulteriori misure cautelari. Una cosa è certa: le rivelazioni dei pentiti hanno riaperto un capitolo della cronaca giudiziaria napoletana, offrendo una versione più definita di un delitto che, per anni, aveva visto protagonisti incerti e movimenti ancora non chiariti. Gli sviluppi affidano ora agli uffici della Dda il compito di verificare l’efficacia di questa nuova ricostruzione e di continuare a fare luce su una rete di potere che, secondo gli inquirenti, ha governato brutalità e silenzi per troppi anni.Nuove deposizioni di pentiti disegnano la mappa di un delitto maturato tra Afragola, Mugnano e il Rione Sanità: da spartizioni interne a una trattativa accelerata da legami familiari, fino all’ombra di un pacchetto di pagamenti che avrebbe premiato i boss al vertice del cartello. L’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia continua a scavare, senza concedere certezze definitive, ma restituendo volti e contorni di una vicenda che segnò la cronaca criminale della Campania.

Secondo una delle ricostruzioni rese note agli inquirenti, l’intera trattativa sarebbe stata attivata attraverso legami familiari tra clan rivali. In particolare, si è fatto cenno a un possibile matrimonio tra la figlia di Antonio Zaccaro e il figlio di Vincenzo Pagano: una relazione che, in una versione presentata agli inquirenti, avrebbe reso la trattativa immediata. Le deposizioni indicano che questa cornice avrebbe favorito la coordinazione tra i corpi contendenti all’interno di un contesto criminale già strutturato.

Le testimonianze focalizzano poi l’episodio clou: una riunione a Mugnano, in prossimità della casa di un affiliato identificato come Caccone. Lì, secondo quanto riferito, Cesare Pagano e Raffaele Amato avrebbero deciso di muoversi verso la successiva tappa dell’azione, spedendo il gruppo di supporto verso una base operativa definita come punto di riferimento. Da quel “Lotto G” sarebbero partiti elementi di conoscenza criminale: Carmine Sacco, Enzuccio Enzuccio ‘o spagnuolo, Costanzo Apice, e un giovane di Miano, con l’indicazione di intercettare e neutralizzare Mariano Bacioterracino.

Una parte chiave della ricostruzione riguarda la dinamica concreta dell’esecuzione. Il quadro degli autori sarebbe stato completato dall’analisi delle intercettazioni: un elemento, ribadito in più occasioni, riguarda la memoria di un pagamento che attraversò il tempo come simbolo della gerarchia del gruppo. Secondo Biagio Esposito, i conti mostrerebbero una sproporzione tra il compenso apparentemente erogato al collaboratore e la somma destinata alle strutture di vertice: “500 euro a testa” per l’esecutore, a fronte di “settantamila euro” assegnati ai vertici della cupola. Una cifra che, agli occhi della Procura, sarebbe servita a contenere l’azione criminale, ma non a cancellarne la portata.

Un tassello significativo è la testimonianza di Antonio Zaccaro, escuso nel 2013. Secondo la sua versione, non è chiaro se qualcuno avesse avvertito Costanzo Apice della presenza della vittima; quel che è certo, invece, è che Apice, non conoscendo bene la fisionomia della vittima, fu costretto a identificarlo per nome, consentendone l’individuazione e l’esecuzione. Un dettaglio che, pur nel contesto di una lunga inchiesta, rivela la tempistica rigida di una missione pianificata con meticolosità.

Gli elementi operativi hanno evidenziato anche un imprevisto: controlli stradali che rischiavano di compromettere l’intera operazione. Secondo i verbali, una serie di tensioni interne emerse nel corso del pomeriggio dell’omicidio si intrecciarono con la gestione di veicoli e armi. In particolare, un fermo legato a un’imputazione di forzatura di un posto di blocco e a presunte attività di occultamento di strumenti di trasporto illegale maturarono la paura di una scoperta, rischiando di mandare in fumo l’intera missione. Le successive verifiche hanno rivelato come la rete criminale temesse anche l’intervento delle forze dell’ordine e l’impiego di misure di protezione dell’arma.

L’indagine continua a scavare nel passato, anche se alcune assenze di responsabilità hanno già trovato risposte in momenti precedenti: alcune assoluzioni, relative al presunto killer Costanzo Apice, non hanno spento i riflettori dellaDda. Le rivelazioni di diversi pentiti hanno innescato una nuova fase di verifiche, tessendo una ricostruzione che collega le stanze della cupola di Afragola a una rete logistica disseminata tra Mugnano e il Rione Sanità. L’obiettivo della Procura resta quello di chiarire ogni ruolo e ogni legame, mettendo a fuoco non solo la responsabilità individuale ma anche i meccanismi di coordinamento tra i vari livelli dell’organizzazione.

Nella foto, il luogo dell’omicidio e, dall’alto a sinistra, i volti dei protagonisti del capitolo odierno dell’inchiesta: Biagio Esposito, Ciro Culiersi, Oscar Pecorelli, la vittima Mariano Bacioterracino e il boss Antonio Moccia. Un’immagine che accompagna una storia lunga anni, in cui la parola d’ordine è cautela: gli accertamenti non sono chiusi e la verità su chi ordinò, chi eseguì e chi contribuì a coprire resta ancora da definire.

Aggiornamenti

Ultime notizie

Tutte le notizie →