Si chiude, almeno per ora, un capitolo della lunga stagione di sangue che ha segnato l’area nord di Napoli: la terza sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha inflitto a Raffaele Amato, noto come “Lello” o “a vicchiarella”, una pena di 20 anni per tre omicidi commessi nel 2007 nel contesto della cosiddetta Seconda Faida di Scampia, respingendo di fatto l’ipotesi di ergastolo. La sentenza arriva al termine di un iter giudiziario che ha seguito da vicino i contorti rapporti tra i clan della zona.
Il verdetto riguarda in particolare l’azione violenta che culminò nell’attacco al bar Evoluzione, nel quale rimasero feriti Salvatore Ferrara, capopiazza del clan Di Lauro, insieme a Ugo De Lucia e Antonio Caldieri. Accanto a quel bersaglio, la Corte ha confermato la contestazione delle esecuzioni di Luigi Magnetti e Carmine Fusco, avvenute nel settembre del 2007. La corte ha riconosciuto le aggravanti legate al metodo mafioso e la finalità di agevolare l’organizzazione degli Amato-Pagano.
Per capire la portata della decisione è utile collocare Amato all’interno della parabola criminale della sua vita. Cresciuto all’ombra di Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo ’o milionario, Amato è considerato tra i principali protagonisti della rete di traffico internazionale di droga legata al clan di via Cupa dell’Arco. E non è un caso che sia stato ritenuto l’uomo di fiducia inviato in Spagna per aprire rotte della cocaina proveniente dal Sud America, ruolo che gli valse anche il titolo di fondatore della fazione degli Spagnoli.
Con l’evolversi della guerra tra il vecchio e il nuovo leadership dentro l’area di Scampia e Secondigliano, nel 2004 scoppiò la cosiddetta Scissione: Amato, assieme al cognato Cesare Pagano, guidò una frattura che diede origine al clan Amato-Pagano e consolidò il controllo sugli affari illegali della zona. Un intreccio di alleanze e violenze che ha segnato decine di morti e una stagione di aggressioni decisiva per la mappa criminale napoletana.
La dimensione internazionale della vicenda si intreccia anche con le tappe processuali: Amato fu arrestato per la prima volta nel 2005 a Barcellona, nel casinò dell’Hotel Arts, ed ebbe una libertà provvisoria chiusa da cavilli procedurali. Fu nuovamente catturato a Marbella nel maggio 2009. Da quel momento la magistratura italiana ha seguito con attenzione la sua figura nei procedimenti di associazione camorristica, estorsione e omicidi.
Sul piano strettamente penale, in primo grado Amato era stato condannato a 30 anni per i tre delitti del 2007, una pena che, sommata a una precedente condanna analoga, rischiava di trasformarsi in ergastolo tramite cumulo. In Appello, però, la difesa ha “piegato” la questione a un principio garantista legato al diritto internazionale: l’estradizione dalla Spagna è esposta a limiti che impediscono una pena perpetua senza possibilità di revisione, e la giurisprudenza spagnola ha posto paletti ai mandati europei. Con questa chiave, i legali Domenico Dello Iacono ed Emilio Martino hanno convinto la corte a riconoscere attenuanti generiche prevalenti, riducendo la monte pena a 20 anni e scongiurando la trasformazione in ergastolo.
La sentenza offre, dunque, una lettura significativa della lotta per la supremazia criminale nell’area napoletana: dimostra come le dinamiche tra clan possano essere influenzate da strumenti giuridici internazionali e da principi di tutela delle garanzie, nonché come la violenza della Scissione abbia inciso profondamente sulla mappa criminale della città. Napoli nord resta ponte tra una storia di criminalità consolidata e le questioni legali che ne determinano l’esito penale, con Scampia e Secondigliano come protagonisti di una narrazione che continua a evolversi tra passato e presente.
Resta ora da capire quale sarà l’impatto di questa decisione sul repoussoir della criminalità locale e se ulteriori sviluppi processuali possano modificare l’assetto delle pene per Amato e per gli altri attori di questa vicenda. Una cosa è certa: la vicenda di Amato resta una pagina decisiva della storia giudiziaria napoletana, dove la giustizia italiana cerca di coniugare responsabilità penali e garanzie all’interno di un contesto di criminalità transnazionale.
