Napoli – Le dichiarazioni rese da Carmine Grosso, 61 anni, detto “o’ cecato”, ex esponente del clan Misso ora collaboratore di giustizia, disegnano un quadro di prevaricazione quotidiana che non conosce pause. Le sue parole, rese il 18 settembre davanti al pm Urbano Mozzillo della DDA, sono confluite negli atti del processo legato all’escalation di violenza che ha portato, la notte del 24 ottobre 2024, alla sparatoria in Piazza Mercato in cui perse la vita il sedicenne Emanuele Tufano. Nel racconto emergono dinamiche consolidate tra centro storico e zona nord, nei vicoli del Rione Sanità, dove la minaccia si accompagna a ronde armate e a una brigata di giovani pronti a esibire le armi per imporre timore.
Nella narrazione di Grosso, la città si presenta come un teatro in cui la protezione del territorio viene garantita con la presenza costante di armi e intimidazioni. Il pentito descrive una realtà in cui notti e giorni sembrano confondersi sotto una tensione continua: un “fortino” umano e fisico costruito tra le strade, dove i gesti di potere non hanno bisogno di giustificazioni per farsi sentire. Non si tratta di episodi isolati, ma di una continuità che investe i quartieri centrali e l’area nord della città.
«Giravano armati solo per atteggiarsi»: è il ritratto che Grosso offre di Gennaro De Marino. L’ex sodale, riferisce il pentito, faceva leva sull’arma mostrandola, soprattutto di sera, talvolta puntandola verso i passanti per capire chi fosse. Fino all’arresto, De Marino faceva parte del gruppo Mellone-Pirozzi, incarnando una postura di superiorità minacciosa che poco concedeva al dialogo. L’armamentario non era casuale: era uno strumento di controllo del territorio, impiegato per stabilire chi osasse muoversi senza permesso.
La trattazione di Grosso entra nel dettaglio economico e strategic del controllo delle piazze: piazzette dove si decidevano i flussi del traffico di stupefacenti e dove la violenza fungeva da collante tra i vari segmenti della rete criminale. «Apri una piazza di droga a piazzetta Sanità che, come ho già detto, ha venduto allo “Scellone” ed al “Nano”. Ma non era l’unico…», si legge nelle dichiarazioni del collaboratore, che descrive una gestione ampia e ramificata del territorio, sorretta dalla forza militare sul campo e dalla presenza costante degli uomini del gruppo sulle strade, a due passi dai luoghi simbolo del quartiere.
Un focus su due profili chiave aiuta a capire la logica interna del gruppo: Ciro Esposito, soprannominato “O Macallo”, identificato nei fotogrammi agli ordini degli investigatori. «Riconosco Esposito Ciro, detto “O’Macallo”. Confermo le precedenti dichiarazioni che ho reso sul suo conto. Ricordo che è il cognato di Spina Francesco e che dal momento che è stato scarcerato ha fatto parte del clan Savarese-Pirozzi.» La sua presenza, come quella di altri associati, viene illustrata come parte integrante di una dinamica che vedeva la coercizione come elemento di stabilità della rete criminale.
La parte finale del quadro offerto da Grosso riguarda i veterani della struttura criminale: Salvatore Matrone, detto “Sasone”, genero di Pirozzi, viene inquadrato come figura chiave nelle dinamiche interne al clan Savarese-Pirozzi. «… ha sempre fatto parte del clan Savarese-Pirozzi, fino al momento del suo arresto. Anche lui l’ho visto più volte armato, sempre di sera, fuori alla pizzeria e al bar. Il suo ruolo è cambiato nel momento in cui fu scarcerato Pirozzi, il quale non volle più che Matrone fosse trattato come “un guagliunciello” e, inoltre, Pirozzi limitò le sue frequentazioni con gli altri sodali, tenendoselo vicino a sé.» Le parole del pentito delineano una ristrutturazione delle alleanze e una centralità ritoccata dai movimenti di scarcerazione, che hanno ridefinito i contatti tra i membri della rete.
Il ritratto di Grosso, dunque, resta ancorato a una realtà urbana in cui la violenza non è un’eccezione ma una cornice abituale. Le sue dichiarazioni, inserite negli atti di causa, offrono una chiave di lettura sulla logistica del controllo territoriale e su come i vecchi patroni mantengano stretti i fili della potenza criminale antagonizzando i residenti e incidendo sulla vita quotidiana dei quartieri. Gli accertamenti proseguono e, come spesso è nel corso delle indagini, la speranza è che da questa parte del tessuto urbano emergano elementi utili a chiarire responsabilità e dinamiche, con la massima prudenza possibile.
