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Cronaca

Napoli, la madre di Domenico Caliendo chiede verità: «Basta silenzi sul risarcimento»

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Napoli, la madre di Domenico Caliendo chiede verità: «Basta silenzi sul risarcimento»

Napoli – È una storia che fa tremare il cuore e scuote le coscienze. Domenico Caliendo, un bimbo di appena due anni e mezzo, è morto il 21 febbraio all’ospedale Monaldi. Un trapianto di cuore non andato a buon fine ha strappato alla vita un piccolo innocentissimo e, con lui, ha lasciato un vuoto immenso nella sua famiglia. «I rapporti con l’ospedale continuano a essere poco chiari», denuncia la madre, Patrizia Mercolino.

La sua voce è una protesta collettiva. Mercolino non si ferma alla denuncia di un dolore privato, ma chiede a gran voce trasparenza. «Non c’è stata, a nostro avviso, sufficiente chiarezza su quanto accaduto in sala operatoria», afferma con toni che vibrano di angoscia. Un appello al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e al presidente della Regione, Vincenzo De Luca, perché non si perda di vista questa vicenda.

Intanto, la famiglia Caliendo-Mercolino ha avviato un confronto con la direzione sanitaria dell’ospedale, ma l’atteggiamento percepito è di chiusura. La madre dichiara: «Auspichiamo che avvenga in modo leale e costruttivo». Una richiesta che non è solo necessaria ma impellente, in una Napoli dove la sanità è spesso al centro di dibattiti accesi.

Questo caso sconvolgente riporta alla luce la questione della trasparenza nella gestione dei risarcimenti sanitari. Non è solo una battaglia per la giustizia individuale, ma un grido da parte di tutte quelle famiglie che, dopo una tragedia medica, si trovano a fronteggiare una burocrazia opaca. Mercolino ricorda con tono accorato che il dolore per la perdita di Domenico è un fardello che peserà sempre su di loro, e chiede che nessuno dimentichi questa storia.

La salda richiesta di un intervento istituzionale fa emergere una realtà cruda: troppe famiglie in Campania si sentono abbandonate a se stesse, mentre i loro cari non tornano più. Le istituzioni devono rispondere. Per chi è coinvolto in queste situazioni, la speranza è di non rimanere invisibili. Resta la domanda: quanti altri devono soffrire prima che qualcosa cambi veramente nei nostri ospedali?

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