Cronaca
Giugliano, caos femminicidio: il giudice non ferma l’ex marito violento
Giugliano – Un divieto di avvicinamento ridotto a un inutile pezzo di carta, e una donna costretta a vivere nel terrore. È un dramma che si svolge nel cuore di Giugliano, dove l’ex marito violento ha aggredito brutalmente la sua vittima, ignorando le disposizioni dell’autorità giudiziaria. “Ormai non so più a chi rivolgermi,” ha dichiarato la donna, con la voce spezzata dalla paura e dalla frustrazione.
Le immagini dell’acceso confronto, inviate a un deputato e a una criminologa, sono un pugno nello stomaco. Mostrano l’ex marito che, con freddezza, si presenta davanti alla porta di casa. “Lo sento arrivare, un incubo che non finisce mai,” racconta, riferendosi al momento in cui ha aperto l’uscio, ignorando ogni forma di protezione. Quello che segue è un’aggressione mozzafiato, una scena che trasmette urla e disperazione: una madre in preda alla paura per sé e per i propri figli.
Il deputato Borrelli si è fatto portavoce della situazione, lanciando un appello accorato: “Siamo di fronte a una situazione gravissima. Questa donna vive con la paura e nonostante i provvedimenti, è comunque esposta alla violenza.” La sua voce è carica di urgenza: “Fermatelo prima della tragedia.” È quasi un grido di allerta, una richiesta indesiderabile e urgente, per una donna che già conosce sulla propria pelle il peso della violenza.
La criminologa Virna Paribello ha evidenziato come il sistema abbia fallito nel proteggere questa vittima. “Questo caso è emblematico della vittimizzazione secondaria, una realtà che deve farci riflettere. Le misure non sono sufficienti,” ha spiegato, chiedendo un cambio radicale nel modo in cui le istituzioni affrontano il tema della violenza domestica. L’effetto deterrente sulle altre donne è inquietante; un messaggio chiaro emerge: il rischio di denuncia è un viaggio solitario e spesso pericoloso.
Ma cosa accade veramente dopo aver fatto una denuncia? Il sistema, col suo apparente intreccio di burocrazia e leggi, sembra fallire nel fornire quella sicurezza tanto necessaria. Il Codice Rosso, concepito come una soluzione, ha accelerato le procedure, ma non ha creato un reale scudo protettivo. Un divieto di avvicinamento, spesso, sembra essere solo una formalità. E mentre il dramma di Giugliano si dipana, molti si chiedono: come è possibile che una misura cautelare non basti a garantire la sicurezza di una persona?
La tensione è palpabile nelle strade di Giugliano, dove la paura è diventata una compagna invisibile. Le urla di una madre in pericolo risuonano più forti delle legislazioni, lasciando in sospeso un interrogativo: quanti altri devono subire prima che qualcosa cambi?Un grido di aiuto risuona tra i vicoli di Napoli, dove la paura e la sopraffazione sembrano dominare anche nei giorni di sole. Proprio ieri, all’ombra della venerata Basilica di Santa Chiara, una donna ha denunciato di essere stata costretta a fuggire da un ex compagno violento. “Nessuna protezione, nessun aiuto concreto”, racconta tra le lacrime. Le sue parole si intrecciano con la realtà di molte vittime che si sentono abbandonate dalle istituzioni.
Il caso di Giugliano, a pochi chilometri da Napoli, ha scosso le coscienze. Un aggressore ha violato reiteratamente le misure cautelari, dimostrando che per alcuni, un “recinto di carta” è solo una sfida da superare. “Se l’aggressore decide di ignorare il divieto del giudice, non c’è nulla che materialmente gli impedisca di avvicinarsi alla vittima”, dichiarano le forze dell’ordine. Una frase che pesa come un macigno e solleva interrogativi inquietanti sull’efficacia del sistema di protezione.
La criminologa Virna Paribello mette in luce un punto cruciale: la vittimizzazione secondaria. “Quando una donna denuncia, stipula un patto fiduciario con lo Stato”, spiega. Ma che succede quando questo patto si rivela fragile? Ogni volta che la cronaca racconta di un “femminicidio annunciato”, con vittime che stringono in mano le denunce ignorate, ci si interroga su quante altre donne siano ora titubanti nel farsi avanti. La paura di ritorsioni da parte dell’ex partner è amplificata dall’apparente impotenza delle istituzioni.
La soluzione sembra lontana. Le forze dell’ordine sono spesso senza gli organici necessari per vigilare senza sosta su ogni denunciante. Ma per realizzare una protezione concreta, la tecnologia può essere un alleato. “Il braccialetto elettronico collegato al GPS della vittima è essenziale”, afferma un ufficiale. Tuttavia, le carenze sono evidenti: pochi dispositivi disponibili, e spesso non funzionano in aree critiche della città.
Inoltre, misure cautelari più severe sono una necessità urgente. Con ogni violazione del divieto di avvicinamento, dovrebbe scattare un meccanismo automatico di aggravamento della pena. Così come è fondamentale il potenziamento delle case rifugio, veri e propri bastioni di sicurezza per donne e bambini in pericolo. Senza interventi incisivi, ogni denuncia rimarrà solo un investimento in una speranza che spesso viene delusa.
Finché si continuerà a pensare che una firma su un’ordinanza possa risolvere tutto, Napoli sarà costretta a contare vittime. “La denuncia deve essere l’inizio di un percorso di sicurezza reale”, chiosa la criminologa. Ma la domanda resta: quante altre donne dovranno subire prima che il cambiamento si faccia concreto?