Scampia, mangime per uccelli nel Kobret turco venduto nella piazza della 33

Scampia, mangime per uccelli nel Kobret turco venduto nella piazza della 33

L’indagine della DDA di Napoli colpisce i vertici e la manovalanza della “Piazza della 33” a Scampia, oltre un arresto di massa.

L’indagine condotta dalla DDA di Napoli e cristallizzata nell’ordinanza cautelare che ha colpito i vertici e la manovalanza della “Piazza della 33” (Lotto G di Scampia), non è solo la cronaca di un arresto di massa.

È la discesa in un laboratorio a cielo aperto dove la vita umana vale meno del costo di un sacco di mangime. Al centro dell’inchiesta emerge la figura di Mario Abbatiello, l’uomo che, secondo gli inquirenti, deteneva le chiavi della “cucina” della droga, specializzato in quella pratica spietata definita in gergo “mischio”.

La liturgia del “Mischio”: dove la droga raddoppia e il veleno aumenta

Nelle oltre 150 pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Lucia De Micco, su richiesta dei pm Luico Giugliano e Mariangela Magariello della Dda di Napoli che la settimana scorsa ha portato in carcere 25 persone (altre tre ai domiciliari e tre indagati a piede libero), i magistrati descrivono minuziosamente come la piazza di spaccio non si limitasse alla mera vendita, ma fosse un centro di produzione e raffinazione. Il “mischio” non è un’operazione casuale, ma una vera e propria procedura para-industriale.

Le intercettazioni rivelano come la sostanza pura, una volta arrivata alla base logistica, venisse sottoposta a un processo di “taglio” per aumentarne il volume. “Dobbiamo vedere quanto ne esce,” dicono gli indagati nelle conversazioni captate, riferendosi alla resa della sostanza dopo l’aggiunta di agenti esterni. L’obiettivo è chiaro: da un chilogrammo di sostanza pura bisogna ricavarne almeno due o tre, abbattendo i costi e massimizzando il ricavo sulla singola dose venduta a 5 o 10 euro.

Il “Mago” del Kobret: La rotta Turchia-Scampia

Il cuore pulsante dell’inchiesta batte però tra le pagine 40 e 42, dove emerge il ruolo chiave di Mario Abbatiello. Non un semplice sodale, ma un esperto logistico con contatti internazionali. Abbatiello è indicato come colui che gestiva l’importazione del Kobret (un residuo della lavorazione dell’eroina, altamente tossico) direttamente dalla Turchia.

Il Kobret turco, già di per sé una sostanza “sporca” e devastante per l’organismo, diventava nelle mani di Abbatiello la base per un esperimento chimico criminale. L’ordinanza sottolinea come l’uomo non si limitasse a importare, ma avesse il compito di “preparare” la merce per la piazza della 33.

“Mischialo col mangime”: Il cinismo della contraffazione

Il dettaglio più inquietante che emerge dalle intercettazioni ambientali riguarda la sostanza usata per il taglio. Abbatiello, per aumentare il volume del Kobret e renderlo “commercializzabile” ai tossicodipendenti del Lotto G, utilizzava il mangime per uccelli.

Il mangime, macinato finemente fino a diventare una polvere impercettibile, veniva mescolato al Kobret. Come si legge negli atti, questa pratica serviva a dare “corpo” alla polvere, mantenendo un colore simile a quello della sostanza stupefacente originale, ma rendendo il mix finale un cocktail letale di derivati dell’oppio e scarti agricoli.

Nelle conversazioni riportate, il cinismo è totale. Si parla della qualità del “mischio” come si parlerebbe di un prodotto di drogheria: “Questa volta il mangime è buono, non si sente sotto le dita,” commentano gli indagati, vantandosi della capacità di Abbatiello di rendere il prodotto finale indistinguibile per l’acquirente disperato.

Il ruolo di Abbatiello: Un “broker” della chimica

Mario Abbatiello viene descritto come un elemento insostituibile. La sua capacità di manipolare la sostanza permetteva alla piazza della 33 di non restare mai “a secco” e di garantire margini di profitto altissimi. Mentre il Kobret puro ha un costo elevato, il prodotto “allungato” con il mangime per canarini permetteva di immettere sul mercato migliaia di dosi a costi irrisori per il clan, ma con un prezzo umano altissimo per chi le consumava.

L’ordinanza evidenzia come Abbatiello fosse consapevole della tossicità di ciò che preparava, ma la logica del profitto prevaleva su ogni scrupolo: “Quelli se lo tirano (lo sniffano) e nemmeno se ne accorgono,” emerge dalle carte, a testimonianza del disprezzo verso gli acquirenti, considerati solo “numeri” per il fatturato della piazza.

In un mercato deregolamentato come quello di Scampia, il tossicodipendente non acquista mai solo la droga, ma un “pacchetto” di veleni ignoti. Il “mischio” di Abbatiello non è solo una frode commerciale ai danni del consumatore, ma un tentato omicidio reiterato, perpetrato attraverso la chimica del risparmio.

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