Camorra, arrestati tre minorenni nel Casertano: imprinting familiare nelle dinamiche criminali

Camorra, arrestati tre minorenni nel Casertano: imprinting familiare nelle dinamiche criminali

Crescono nella camorra, apprendono le sue regole e le riproducono come un destino inevitabile.

Crescono dentro la camorra, imparano presto le sue regole e finiscono per riprodurle come un destino già scritto. È questo il quadro che emerge dall’operazione condotta questa mattina dalla Squadra mobile di Caserta, nell’ambito di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Napoli sul gruppo criminale attivo a Santa Maria Capua Vetere. In manette sono finiti tre minorenni, protagonisti, secondo gli inquirenti, di un percorso criminale iniziato in famiglia.

A spiegare il contesto è stata la procuratrice per i minorenni di Napoli, Patrizia Imperato, che durante la conferenza stampa ha parlato apertamente di “imprinting familiare”. Un’espressione che fotografa una realtà nota ma ancora drammaticamente attuale: i ragazzi arrestati non si sarebbero limitati a gravitare attorno all’ambiente criminale, ma partecipavano in modo diretto alle attività portate avanti dal nucleo familiare, assorbendone linguaggi, ruoli e comportamenti.

Secondo quanto emerso dalle indagini, i tre giovani erano coinvolti nello spaccio di sostanze stupefacenti, muovendosi con disinvoltura tra droghe leggere e sostanze più pesanti come crack e ketamina. Un’attività che, per gli investigatori, dimostra non solo una precoce esposizione al crimine organizzato, ma anche una piena integrazione nelle dinamiche operative del gruppo. A loro carico viene contestato anche il porto di armi, elemento che rafforza il quadro di una criminalità giovanile sempre più strutturata e violenta.

L’inchiesta riporta al centro dell’attenzione il tema della trasmissione ereditaria della camorra, dove il contesto familiare diventa il primo luogo di addestramento criminale e l’alternativa alla legalità appare assente già in età adolescenziale. Un fenomeno che, come sottolineano dalla Procura minorile, pone interrogativi profondi non solo sul piano repressivo, ma anche su quello sociale ed educativo, in territori dove il clan continua a rappresentare un modello di appartenenza e di potere.

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