#AggressioniInOspedale: A Napoli, il pronto soccorso del San Paolo teatro di un’altra violenza inaccettabile contro chi cura
In una Napoli che troppo spesso vede i suoi eroi in camice diventare bersagli, l’Ospedale San Paolo di Fuorigrotta è stato di nuovo scenario di un episodio di aggressione che lascia l’amaro in bocca e solleva interrogativi sulle crepe del nostro sistema sanitario. Come cronista del quartiere, conosco bene quanto queste storie non siano isolate, ma un riflesso delle tensioni sociali che covano nelle periferie: sovraffollamento, risorse scarse e una frustrazione diffusa che scoppia nei luoghi più vulnerabili.
Ieri sera, nel tardo pomeriggio, un’infermiera impegnata nel triage – quel primo, cruciale filtro per chi arriva in emergenza – è stata vittima di un gesto brutale, colpito al volto da una paziente. È un evento che riecheggia il “solito scenario frutto di un corto circuito tra intolleranza e violenza”, come denunciato con amarezza dagli operatori del settore, un’espressione che cattura perfettamente l’esasperazione di chi lavora in prima linea. Secondo quanto riportato da Manuel Ruggiero, medico del 118 e voce attiva sulla pagina Facebook Nessuno Tocchi Ippocrate, l’accaduto è avvenuto “intorno alle 19:30”, ad opera di “una donna sulla quarantina, presumibilmente tossicodipendente, che avrebbe dichiarato di essere in crisi di astinenza”. L’infermiera, mentre assisteva un’altra paziente, è stata aggredita senza preavviso, un atto che sembra scaturire da un mix di disagio personale e contesto ambientale, tipico di una città come Napoli dove la dipendenza e la marginalità sociale sono piaghe quotidiane.
La vittima ha immediatamente chiamato le forze dell’ordine e, dopo le valutazioni mediche, le è stata assegnata una prognosi di tre giorni, un piccolo segnale di quanto questi episodi possano lasciare segni profondi, non solo fisici. Ma come locale che osserva da anni queste dinamiche, non posso fare a meno di riflettere su come questo non sia solo un fatto isolato, bensì un sintomo di un’emergenza più ampia. Lo psicologo Giuseppe Errico, presidente dell’Istituto di Psicologia e Ricerche Socio-Sanitarie, offre un’analisi che invita a uno sguardo critico: “Molti di questi casi vengono erroneamente rubricati all’ambito psichiatrico solo perché messe in atto da soggetti con problemi comportamentali o uso e abuso di sostanze stupefacenti”. Lui sottolinea come “L’elemento chiave di cui tenere conto è il disturbo antisociale della personalità che non è necessariamente correlato ad un’alterazione di tipo psichiatrico. Le tendenze alla violenza sono piuttosto il frutto di comportamenti delinquenziali che vanno inquadrati a 360 gradi tenendo ovviamente conto del retaggio di provenienza e della sua storia personale”. Parole che, da chi vive il territorio, suonano come un campanello d’allarme: in quartieri come Fuorigrotta, dove il tessuto sociale è segnato da disoccupazione e abbandono, questi atti non nascono dal nulla, ma da un cocktail di fattori che richiedono interventi sociali, non solo repressivi.
In questo contesto, l’aggressione al San Paolo rappresenta la 46esima su un totale di 60 registrate quest’anno tra le ASL Napoli 1 e 2, un dato che, come cronista, mi porta a interrogarmi sul perché la violenza contro il personale sanitario resti endemica. C’è un lieve barlume di speranza: rispetto al 2024, si nota un calo, attribuito all’arrivo dei drappelli di polizia nei pronto soccorso, una misura voluta dal Ministero degli Interni. Eppure, come qualcuno che ha visto queste pattuglie arrivare con ritardo, non posso che commentare con realismo: è un passo timido in una battaglia che necessita di risorse più robuste, come un potenziamento del personale e programmi di prevenzione mirati alle fragilità sociali di Napoli. Senza questi, rischiamo di continuare a curare le ferite, invece di prevenire le cause. Il personale sanitario merita di più di promesse parziali; è tempo che la nostra comunità si mobiliti per un cambiamento vero, prima che un altro episodio faccia notizia.
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