Napoli, centro storico al centro della sentenza d’appello: un cartello criminale tra Forcella e San Gaetano vede confermarsi l’impianto ma con pene notevolmente ridotte rispetto al primo grado.
La Corte di Appello di Napoli, quarta sezione, ha chiuso un capitolo significativo della vicenda giudiziaria nata dall’indagine coordinata dalla Procura Antimafia. L’impianto accusatorio è stato confermato, ma l’esito delle attenuanti generiche e l’unificazione dei reati sotto la continuazione hanno portato a una riduzione sostanziale delle pene complessive. Rispetto al verdetto del tribunale di primo grado, che aveva totalizzato oltre trecento anni di reclusione, l’esito di secondo grado ha segnato un netto contenimento delle condanne.
In tutto, sono state inflitte ventuno condanne, per un ammontare complessivo di poco meno di 180 anni di carcere, oltre a una pronuncia di non doversi procedere per un imputato. Tra gli elementi centrali della sentenza figura la conferma, per alcuni, di responsabilità nell’organizzazione criminale che avrebbe spartito i proventi illeciti e imposto il controllo capillare sulle attività di spaccio nei vicoli della zona.
Tra i protagonisti, alcune riduzioni significative hanno riguardato i principali esponenti dell’associazione. Salvatore Giuliano, detto “o russo” e già condannato in passato per l’omicidio di Annalisa Durante, ha visto la propria condanna ricalibrata nello status di collaboratore di giustizia, con il giudizio di appello che ha confermato l’esistenza del sodalizio ma ha ridefinito il peso sanzionatorio. Sul fronte delle pene, Gianni Vicorito è stato condannato a 16 anni e 4 mesi, con l’assoluzione dall’accusa di tentato omicidio; anche Gennaro Imparato figura tra i condannati a 16 anni, e Antonio Morra a 15 anni e 8 mesi. Le riduzioni hanno interessato anche Gennaro Caldarelli (10 anni e 10 mesi), Cesare Morra (9 anni), e Antonio Morra (già menzionato) tra altri, con cifre analoghe per i colleghi di settore.
La ricalibrazione delle pene ha interessato anche Luigi Carrano (ridotto a 6 anni e 8 mesi) e Ciro Oliviero (a 8 anni e 8 mesi, dai 13 e 5 iniziali). Tra le conferme, resta la sentenza per Salvatore Giuliano, classe 1986, a 11 anni e 9 mesi. All’interno del raggruppamento di imputati figura anche Salvatore Giuliano “o russo” inquadrato tra coloro che hanno visto la condanna ridefinita in chiave di collaborazione; per un altro componente, Ciro Giuliano, la Corte ha disposto il non doversi procedere.
La ricostruzione giudiziaria descriveva un disegno di potere teso a spartirsi i profitti del racket delle estorsioni e a controllare le piazze di spaccio che punteggiano i vicoli del centro storico. L’indagine, coordinata dall’Antimafia, aveva dato origine a un maxi-blitz finalizzato a decapitare le nuove leve della mala cittadina; la sentenza d’appello, pur confermando l’impianto accusatorio, mostra una riflessione critica sui criteri punitivi, permettendo attenuazioni che hanno modificato il volto complessivo del verdetto.
L’epilogo dell’iter giudiziario evidenzia un bilancio che, pur conservando l’idea di una struttura criminale radicata sul territorio, non trasforma i singoli verdetti in condanne definitivamente pesanti per tutti i rinviati. Il quadro processuale resta, dunque, una conferma di strumenti investigativi efficaci contro le condotte estorsive e la gestione di attività illecite nel cuore di Napoli, ma anche una dimostrazione della complessità delle dinamiche penali e dell’impatto delle attenuanti.
In appello, dunque, la linea è stata chiara: l’impianto associativo resta palesemente documentato, ma le pene possono essere meglio calibrate. La sentenza conclusiva, oltre a formalizzare i residui elementi di responsabilità, offre una chiave interpretativa sui margini che la legge può offrire in fasi successive del processo. L’attenzione resta alta sulle evoluzioni future della vicenda e sulle eventuali ulteriori iniziative della Procura per mantenere in controllo le dinamiche criminali che hanno interessato Napoli e il suo centro storico.
