Napoli, una camera di consiglio blindata ha chiuso il cerchio giudiziario su una delle organizzazioni criminali più potenti della Campania: il clan Moccia di Afragola. La VII sezione penale del tribunale partenopeo ha inflitto condanne pesanti ai componenti della cosca, descritta dall’Autorità giudiziaria come una moderna holding del crimine capace di infiltrarsi negli appalti ferroviari e di riciclare capitali tra Campania e Lazio.
L’esito del processo è arrivato nell’aula 114 del Palazzo di Giustizia, al termine di un dibattimento nato nell’ottobre del 2022 a Napoli Nord e spostatosi nel capoluogo per competenza territoriale. Un iter processuale durissimo, che ha visto una difesa contrapposta a una Dda decisa a inchiodare il network criminale. In particolare, i legali dei Moccia avevano proposto unaLists di circa mille testi da escutere, una mole di lavoro che ha rallentato i tempi e consentito, secondo alcuni osservatori, una temporanea riorganizzazione delle attività illecite della cosca.
L’eco politico-giudiziaria di questa stagione fu amplificata dall’emergere, circa un anno fa, di una conseguenza particolarmente contestata: quindici imputati di primo piano, tra cui i vertici della famiglia Moccia, uscirono dal carcere per decorrenza dei termini di custodia cautelare, superando i tre anni senza una sentenza di primo grado. Il caso Gratteri entrò così nell’immaginario collettivo: il Procuratore capo, Nicola Gratteri, chiese una relazione dettagliata e scese persino in aula bunker insieme ai pm della Dda per accompagnare l’analisi delle pratiche giudiziarie e dei ritmi del maxi-processo. Un capitolo che anticipò una feroce dialettica tra giudici, procure e ordini professionali sull’efficienza della giustizia antimafia.
Nonostante alcune assoluzioni su capi d’imputazione minori, il verdetto complessivo ha superato i 250 anni di carcere per i capi-stipite e i coimputati esaminati in questa porzione del processo. Inoltre è stato confermato un pesante maxi-sequestro di beni, mobili e immobili oltre a società interposte, finalizzato alla confisca preventiva e al mancato reinvestimento di proventi illeciti. Si tratta di un nuovo colpo al cuore della potentiza accumulata nel tempo dal clan, con mezzi che, secondo l’accusa, potevano alimentare un circuito economico parallelo tra regioni diverse.
L’elenco delle condanne, ancora da leggere parola per parola, coinvolge numerosi esponenti della cosca: Antonio Moccia è stato condannato a 30 anni di reclusione; Massimo Malinconico a 26; Angelo Esposito a 25; Filippo Iazzetta a 21; Luigi Moccia a 21; Francesco Favella a 21; Manlio Esposito a 20; Francesco Damiano a 18; Vincenzo Tucci a 18; Maria Mosella a 18; Antonio Nobile a 15; Angelo Piscopo a 14; Claudio Abbondandolo a 12; Pietro Chirico a 12; Gabriele Coppeta a 12; Raffaele Carlino a 10; Francesco Di Sarno a 6 anni e sei mesi; Luca Chierchia a 4 anni e sei mesi; Rosa Aubry a 3 anni e sei mesi; Francesco Pirozzi a 3 anni e sei mesi; Salvatore Fallico a 3 anni e tre mesi; Fiora Ciotola a 3 anni. Tra gli imputati assolti figurano Angelo Moccia, Eleonora Mangia e Claudio Piscitelli.
Accanto alle condanne, il tribunale ha rinnovato la linea di protezione patrimoniale: confiscati beni e patrimoni riconducibili al meccanismo illecitamente gestito dal gruppo, per impedire che i proventi si reinvestissero nell’economia reale. Il colpo al fisco, agli affari e al potere del clan Moccia segna una tappa importante nell’azione della Dda e nel contrasto alla criminalità organizzata nella regione.
La sentenza giunge in un contesto di attenzione continua sulle dinamiche mafiose in Campania, dove la parola chiave resta la capacità di trasformare l’illegalità in un modello imprenditoriale che travalica i confini territoriali. Gli esiti giudiziari, insieme al rafforzamento degli strumenti patrimoniali, indicano una direzione chiara per le prossime fasi del procedimento: accertare pienamente ogni responsabilità e assicurare che i patrimoni illeciti non tornino a circolare nell’economia legale.
Resta ora da verificare l’impatto della decisione sul tessuto locale e sulle altre articolazioni della cosca, nonché l’evoluzione delle eventuali impugnazioni. In ogni caso, Napoli chiude oggi un capitolo pesante ma necessario nella sua lotta contro una mafia in continua ristrutturazione, capace di adattarsi a nuove logiche economiche pur restando ancorata alle vecchie reti di potere.
