Napoli, Scampia – La terza Corte di Assise d’Appello di Napoli, presieduta da Vittorio Melito, ha confermato la condanna a trenta anni di reclusione per Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi (alias o’ Vichingo) nel processo sulla morte di Gelsomina Verde, ventunenne vittima della prima sanguinosa faida di camorra a Scampia. Il verdetto, pronunciato dopo un percorso giudiziario iniziato nel 2004, chiude un capitolo importante ma non esaurisce la memoria di una vicenda che continua a interpellare la comunità e le istituzioni.
La ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli individua nel delitto una ritorsione legata al conflitto tra il clan Di Lauro e gli Amato-Pagano. Secondo quanto accertato, la giovane fu coinvolta in una situazione di abbinamento forzato al crorrio tra fazioni rivali: fu prelevata e obbligata a salire sull’auto, accompagnata da tre persone. Una di queste, all’interno dell’auto, occupò il sedile passeggero mentre gli imputati, armati, guidarono la vettura fino al luogo dell’esecuzione, dove Gelsomina Verde fu colpita da proiettili sparati da Ugo De Lucia, cugino di Luigi.
La Procura generale aveva chiesto, già il 10 settembre, la conferma della pena inflitta in primo grado dal gup Valentina Giovanniello, una scelta supportata dall’andamento dell’indagine e dalle prove finora raccolte. In aula, durante la lettura del dispositivo, erano presenti la madre della vittima, Anna Lucarelli, e il fratello Francesco Verde, insieme ai legali di famiglia, tra cui Gianmario Siani e Marco Buzzo.
“Nonostante ci sia stata una conferma di condanna, la storia non è del tutto chiara perché i due imputati non hanno aggiunto alcuna parola. Quindi noi ancora oggi non sappiamo chi è che ha sparato a mia sorella e chi ha fatto altro”, ha detto Francesco Verde, sintetizzando il senso di una verità parziale che la giustizia non è ancora riuscita a raccontare appieno. L’intervento del fratello rimarca come, oltre ai responsabili identificati, potrebbero esserci altri attori rimasti nell’ombra: “Ci sono persone che non sono state chiamate in ballo ancora – rincara Francesco Verde – come fiancheggiatori, come persone che hanno aiutato esternamente i killer che hanno ucciso mia sorella. La storia non è delineata del tutto. Ma si spera che ci sia qualcuno che abbia il coraggio di dire le cose come sono andate veramente”.
L’impegno civile della famiglia non si è fermato: la dinamica del dolore si intreccia con una richiesta continua di giustizia e verità. Anche al di fuori della sala, la vicinanza di chi lotta per una memoria non corrotta dalla logica criminale resta viva. L’avvocato Gianmario Siani ha evidenziato l’importanza dell’assistenza multidisciplinare offerta a chi subisce una violenza di questo tipo: “Volevo sottolineare il ruolo svolto dall’équipe multidisciplinare composta da una psicologa, da un assistente sociale e da un esperto legale, che si occupano di affiancare e accompagnare la parte offesa per tutto il percorso giudiziario. La mamma di Gelsomina è stata seguita dall’inizio del processo alla lettura della sentenza”. Un modello di supporto che, grazie alla Fondazione Polis e alle cosiddette stanze d’ascolto, continua a garantire dignità e tutela a chi è stato colpito dalla violenza della criminalità organizzata.
La sentenza, pur definendo le responsabilità penali di De Lucia e Rinaldi, lascia aperta la questione di chi, se altri, ha partecipato a quel feroce contesto criminale e chi avrebbe potuto fornire supporto alle attività omicidiarie. La memoria di Gelsomina Verde resta viva non solo per la pena inflitta, ma soprattutto per la necessità di chiarire ogni risvolto della vicenda, nel tentativo di rendere giustizia fino in fondo e di spezzare, pezzo dopo pezzo, quel ciclo di violenza che ha segnato Scampia.
