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Oltre otto anni di carcere richiesti al clan Fezza-De Vivo

Oltre otto anni di carcere richiesti al clan Fezza-De Vivo

Un maxi-processo contro la cosca Fezza-De Vivo di Pagani è al centro dell’attenzione giudiziaria in provincia di Salerno. L’udienza tenuta davanti all’aula del tribunale ha visto la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Salerno presentare richieste di condanna molto elevate nei confronti degli affiliati e dei vertici del clan, accusati di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti ed estorsioni, tra le altre contestazioni.

In toto, l’accusa ha calcolato una pena complessiva di 820 anni e 4 mesi di reclusione per i 72 imputati che hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato. Un terzo troncone di processo, invece, coinvolge 16 imputati destinati al rito ordinario. Il quadro tracciato dalla DDA dipinge una struttura organizzata che avrebbe governato il territorio dell’Agro nocerino-sarnese, con estese ramificazioni nei comuni limitrofi, imponendo il controllo tramite intimidazione e gestendo attività illecite in piazze di spaccio e nel racket ai danni di imprese locali.

La ricostruzione dell’impianto accusatorio ha messo in luce una gerarchia articolata: capi storici, gregari, prestanome e persino figure femminili ritenute parte integrante della management della cosca. Secondo l’offerta processuale, l’organizzazione sarebbe stata in grado di muovere a livello economico e logistico, assicurando collegamenti tra affiliati detenuti e società al di fuori della containerzione criminale. Il radar dell’inchiesta ha toccato non solo l’operatività sul territorio, ma anche gli intrecci con attività lecite che avrebbero fornito copertura e sostegno alle attività illecite.

Tra le posizioni più pesantemente contestate figurano i nomi di Vincenzo Confessore, Antonio D’Auria Petrosino, Andrea De Vivo, Francesco Fezza e Graziano Petrone, per i quali la pubblica accusa ha chiesto ciascuno vent’anni di carcere. Richieste altrettanto sostanziose hanno riguardato le restanti figure apicali della cosca e i soggetti coinvolti lungo l’intera filiera criminale, compresi i possibili prestanome e coloro che orchestravano le attività di spaccio e di estorsione in area paganese e circostante.

L’inchiesta è stata portata avanti grazie a una stretta sinergia tra la Squadra Mobile di Salerno e i Carabinieri, che avrebbero garantito la raccolta delle prove e la ricostruzione della rete di contatti tra i diversi livelli dell’organizzazione. Ora al centro dell’attenzione del collegio difensivo, che avrà modo di rispondere alle argomentazioni della pubblica accusa prima che il giudice per le udienze preliminari disponga le prime sentenze.

L’elenco completo delle richieste di condanna comprende decine di nomi, con pene che variano dai 20 anni alle misure inferiori, passando per periodi di qualche anno e mesi, a seconda dei ruoli e della gravità delle ipotesi contestate. Tra i primi della lista figurano Confessore Vincenzo, D’Auria Petrosino Antonio, De Vivo Andrea, Fezza Francesco e Petrone Graziano, tutti indicati per venti anni di reclusione. A seguire, altri nomi di rilievo e una serie di imputati con pene che degradano progressivamente in relazione alle responsabilità attribuite dall’accusa.

Il collegio difensivo è affidato a un aggregato di legali provenienti da diverse città della Campania. L’elenco degli avvocati coinvolti nella difesa è lungo e comprende professionisti come Giovanni Petangelo, Luigi Calabrese, Vincenzo Calabrese e altri ancora, tra i quali figure di spicco e collaboratori di varie procure. La difesa, come da prassi, avrà modo di contrapporre le proprie tesi alle richieste della pubblica accusa nel corso delle udienze, mentre si attende la fissazione delle rispettive udienze per l’esame delle costituzioni e delle repliche.

Pagani, nel contesto dell’Agro nocerino-sarnese, rimane al centro di una delle più vaste ricostruzioni giudiziarie degli ultimi anni in Campania. Le prime sentenze potrebbero arrivare nelle prossime settimane, nel cynosure del confronto tra centro investigativo e responsabilità processuale. Nel frattempo, l’inchiesta continua a delineare una visione d’insieme su come una cosca possa declinare potere e profitti sul territorio, nonché su come l’azione delle forze dell’ordine possa incidere sul controllo delle attività criminali.

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