Napoli – Si chiude a Napoli, presso la Caserma Diaz, la pagina processuale del clan Moccia di Afragola. Dopo quattro giorni di camera di consiglio, la VII sezione del Tribunale ha letto il dispositivo nei confronti di 43 imputati, in un procedimento nato nell’ottobre 2022 al Tribunale di Napoli Nord e successivamente trasferito a Napoli per competenza. L’istruttoria, avviata nel giugno 2023, ha visto l’audizione di circa mille testimoni per ricostruire reati che andavano dall’associazione per delinquere aggravata dalle finalità mafiose alla corruzione, passando per turbative d’asta.
Tra le pronunce emerse, spiccano diverse assoluzioni “perché il fatto non sussiste” o perché “il fatto non era previsto dalla legge come reato”, tra cui quelle di alcuni imprenditori coinvolti negli appalti legati al trasporto ad alta velocità. Un caso emblematico riguarda Francesco Pirozzi, titolare della Fadep spa, assolto dall’accusa di turbativa d’asta. Ma non mancano neppure condanne di rilievo: l’elenco dei condannati comprende nomi noti della scena imprenditoriale e membri della famiglia Moccia, con pene che variano in ampiezza significante.
A fronte di queste condanne, la giustizia ha inoltre riconosciuto esiti di carattere diverso per altri capi d’accusa. In due contesti è stata dichiarata la non luogo a procedere per quattro imputati, tra cui due Moccia, a causa della prescrizione; in un altro filone i giudici hanno ritenuto estinto il reato per decesso dell’imputato. Contestualmente, in chiusura di processo, è stata disposta la libertà vigilata per un gruppo di imputati: Angelo, Luigi, Antonio e Gennaro Moccia, nonché per Iazzetta, Damiano, Di Sarno, Favella, Malinconico, Nobile, Piscitelli, Piscopo, Rubiconti e Giovanni Esposito. Si tratta di un capitolo che lascia sul tavolo questioni e riferimenti a una vicenda giudiziaria particolarmente articolata.
Sul fronte delle reazioni e dei passaggi finali, una lettura delle motivazioni e delle pronunce ha trovato spazio anche nel commento degli avvocati. In particolare, l’assoluzione di Ciro Ferone dall’accusa di riciclaggio per finalità mafiose è stata accolta come una riparazione al proprio onore, soprattutto in una cornice processuale che aveva imposto pesi notevoli e un periodo di sofferenza per l’imputato. A commentare l’esito, per Ferone, sono stati il professor Vincenzo Maiello e l’avvocato Lucio Cricrì: “L’assoluzione dell’imprenditore Ciro Ferone dalla gravissima e infamante accusa di riciclaggio per finalità mafiose fa giustizia di una imputazione che, sin dalle prime battute, era apparsa inverosimile e palesemente infondata, ma che purtroppo non gli ha risparmiato un processo lungo e complesso che ha reso ancor più devastante il carico di sofferenze che di norma produce”.
Nel complesso, la lettura del dispositivo non ha lasciato spazio a una uniformità di esiti: da una parte, una serie di assoluzioni confermate o ribadite, dall’altra una quota consistente di condanne che ha interessato una parte rilevante degli imputati, tra cui i componenti della cerchia Moccia. L’ampia gamma di pene, dai 2 anni e 8 mesi fino a 30 anni di reclusione, testimonia la complessità dell’indagine e la pluralità delle figure coinvolte nel contesto afragolese.
Dal punto di vista procedurale, la vicenda ha già tratto una linea chiara sul piano giuridico: la tribunale ha proceduto all’assegnazione delle pene, all’eventuale restituzione di beni sequestrati e all’interpretazione delle circostanze aggravanti o attenuanti legate ai reati contestati. Ferone, ad esempio, è stato assolto con formula piena e ha visto la restituzione di azienda e beni sequestrati; alcuni altri imputati hanno ottenuto il non luogo a procedere per prescrizione o l’estinzione del reato per decesso. La sentenza chiude, dunque, una fase particolarmente lunga della storia giudiziaria legata al clan Moccia, ma lascia aperti numerosi interrogativi su dinamiche, responsabilità e riflessi sul tessuto economico e sociale della Campania.
Restano ora da monitorare eventuali impugnazioni e i riflessi pratici delle decisioni, anche in termini di recupero di eventuali beni e di risonanza sul territorio di Afragola e della provincia di Napoli. In ogni caso, la chiusura del processo segna una pietra miliare in una vicenda che ha visto un affluente di imputati, testimoni, ricordi familiari e interessi economici intrecciati in maniera complessa con la realtà locale.
