Napoli, una madre single racconta la battaglia per avere un figlio: venticinque voli, trentamila euro e sette tentativi per un successo che arriva soltanto oltreconfine. Gabriella Poppiti, quarantaduenne di Napoli e mamma di Matteo, diventa così simbolo di una realtà che ancora divide il Paese sul tema della procreazione medicalmente assistita.
La storia di Gabriella è legata a una legge originaria e contraddittoria. A trentuestos anni decide di crioconservare i propri ovociti in Italia, un percorso che in teoria è consentito, ma che viene vanificato dall’impostazione normativa nota come Legge 40. Secondo questa norma, le donne non coniugate o non conviventi non possono utilizzare i gameti all’interno dello Stato per mettere al mondo un figlio. Ne consegue che una donna desiderosa di maternità debba cercare la strada all’estero, dove le procedure sono accessibili, ma a un costo ben più elevato.
Il prezzo di questa autodeterminazione è alto. Gabriella ha dovuto affrontare un vero calvario logistico ed economico: venticinque viaggi aerei, circa trentamila euro spesi e sei tentativi andati a vuoto prima di poter celebrare il settimo transfer che ha portato al successo. Un percorso segnato da ostacoli clinici, psicologici ed economici, che resta spesso ai margini della discussione pubblica italiana.
La vicenda di Gabriella trova continuità pratica nella campagna “PMA per tutte”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni. L’iniziativa prevede una legge di iniziativa popolare volta a cancellare le discriminazioni e ad aprire l’accesso alla PMA anche alle donne single e alle coppie di donne. L’obiettivo è convincere il Parlamento a mettere mano a una realtà normativa che, se da un lato permette di conservare gameti e opportunità, dall’altro nega possibilità concrete a chi non risponde ai canoni tradizionali di famiglia.
Durante il XXIII Congresso dell’Associazione Luca Coscioni a Napoli, la voce di Gabriella è diventata parte integrante del dibattito pubblico. Sul palco di Foqus ha ribadito la sua richiesta: “Nessun’altra donna deve vivere quello che ho vissuto io”. Una lettura emotiva ma ben radicata nei fatti: l’accesso alla PMA non può restare appannaggio di chi può permettersi viaggi, burocrazia e spese esorbitanti, mentre molte donne rimangono escluse per ragioni economiche o sociali.
Il contesto, dunque, è chiaro: in Italia esistono strumenti di conservazione degli ovociti, ma la loro evoluzione non è accompagnata da una corrispondente democratizzazione dell’accesso alla fecondazione assistita. L’Appello della campagna “PMA per tutte” mira a ribaltare questa situazione, chiedendo al legislatore di modernizzare un impianto che sembra restare bloccato in decenni che hanno segnato la vita di Gabriella e di tante altre donne.
Il caso di Gabriella non è solo una storia privata: è una lente attraverso cui guardare una questione di diritti civili che riguarda la libertà di decidere sul proprio corpo, la possibilità di crescere una famiglia e la necessità di una normativa chiara e non discriminatoria. Se la politica vuole davvero allinearsi alle realtà europee, l’iniziativa popolare della campagna “PMA per tutte” potrebbe indicare la via per una riforma che, finalmente, lascia alle donne la possibilità di scegliere, senza dover viaggiare all’estero o spendere una fortuna.
