A Napoli nasce una mobilitazione culturale in aula: i miti dello stupro al centro di un corso per contrastare la violenza di genere
Ieri, nella Sala Arengario del Palazzo di Giustizia, si è tenuto il quarto incontro del corso di formazione Riconoscere, prevenire e contrastare la violenza di genere. L’iniziativa è promossa dall’Osservatorio distrettuale contro la violenza di genere, nato dalla collaborazione tra la Procura Generale, la Corte d’Appello di Napoli e la cooperativa sociale EVA, con l’obiettivo di rompere pregiudizi che ancora attraversano il linguaggio e le procedure giudiziarie.
La riflessione ha posto al centro un tema cruciale: la vittima non deve essere costretta a giustificare comportamenti altrui, né a spiegare abiti o contesti che ne hanno facilitato la violenza. Come ha dichiarato la magistrata Paola Di Nicola Travaglini, “La violenza sessuale è l’unico reato per il quale è la vittima a dover giustificare il proprio comportamento”. La dottrina ha insistito sull’esigenza di smontare questa dinamica, evidenziando che “non è il Codice penale a imporre questa lettura, ma è come se chiedessimo alla persona che ha subito un furto o una rapina di spiegare come era vestita, dove si trovava, perché non è scappata o non ha opposto resistenza”.
Il dibattito ha anche analizzato una questione di base per la giurisprudenza: nelle aule dei tribunali spesso si rischia di presumere il consenso della vittima o di mettere in dubbio la sua parola. “Nelle aule dei tribunali si tende a presumere il consenso della vittima di stupro, a dubitare della sua parola o a ritenere che menta. Così è la donna a dover provare ciò che ha subito. E questo nonostante pronunce della Cassazione, della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo”, è stato ricordato come punto cruciale da rivedere all’interno della cultura processuale.
Il tema dei “miti dello stupro” è stato al centro di una riflessione collettiva, con l’obiettivo di spostare l’attenzione dall’azione dell’autore alle condizioni sociali e culturali che la violenza amplifica. In questo filone, la psicologa Anna Maria Scapicchio ha sottolineato che il percorso formativo in corso è già una traccia di cambiamento e ha richiamato la necessità di riconoscere la dimensione di potere che troppo spesso sta dietro alla violenza sessuale.
Durante l’incontro è intervenuta anche la ginecologa Alessandra Kustermann, fondatrice del primo reparto multidisciplinare dedicato in Italia a Milano nel 1996, che ha spiegato come si possa raccogliere il racconto dei fatti senza ri-traumatizzare la vittima. “La prima accoglienza di una donna, di una ragazza o di un bambino che ha subito violenza sessuale è fondamentale”, ha detto, evidenziando come spiegare ogni passaggio del percorso di accertamento possa dare alla persona consapevolezza e controllo.
Francesca Jannaccone, medico legale e dirigente medico dell’Aorn San Pio di Benevento, ha insistito sull’importanza di procedure rispettose e di un protocollo che metta al centro la persona, anche nel contesto sanitario e di pronto soccorso. “L’accoglienza è già l’inizio della cura”, ha affermato, riferendosi alla necessità di non riattivare il trauma durante le fasi di verifica e di raccolta delle prove.
La chiusura dell’incontro è stata affidata a Lella Palladino, sociologa e fondatrice della EVA, che ha messo in guardia contro un approccio basato sul sospetto: “Partire dal pregiudizio che una donna non stia dicendo la verità comporta l’attivazione di un iter invasivo e fortemente rivittimizzante, che solo in meno del 40 per cento dei casi rileva segni clinici della violenza subita, sia nelle donne sia nei bambini”.
Nel corso dell’intervento finale, Paola Di Nicola Travaglini ha lanciato un appello ai professionisti presenti: la sensibilità individuale non basta, serve una rete di sostegno strutturata. “La sensibilità nell’accogliere una vittima di stupro non basta, inviatele ai centri antiviolenza. Il loro ruolo è fondamentale”.
