Holding criminali tra detenzione e tecnologia: la DDA di Napoli smantella una rete trans-clan nella Camorra
In nove misure cautelari emesse dal giudice per le indagini preliminari, l’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli descrive una trasformazione inquietante della Camorra: centri di potere situati all’interno delle carceri italiane continuano a gestire affari illeciti, orchestrando un “centro di comando” capace di operare a distanza grazie a chat cifrate, videochiamate e dispositivi tecnologici. Le sedi principali citate includono Siracusa, Milano Opera, Secondigliano e Poggioreale, dove le celle diventano nodi logistici di una holding criminale capace di coordinare attività tra gruppi diversi.
La conferma arriva dalla DDA partenopea, che ha coordinato l’intervento congiunto dei Carabinieri del Nucleo Operativo di Napoli Bagnoli e della Polizia Penitenziaria. In conferenza stampa, il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha spiegato che l’indagine affonda le sue radici proprio nelle carceri: “Questa indagine nasce nelle carceri: un traffico di droga che si organizza, si pensa e si progetta nelle carceri italiane”.
Uno degli elementi centrali dell’inchiesta riguarda Emanuele De Pasquale, affiliato al clan Troncone, arrestato nel marzo 2025 e attualmente detenuto nel carcere di Siracusa. Secondo le ricostruzioni, pur restando all’interno di un contesto detentivo, De Pasquale gestiva l’ingresso di grandi quantità di cocaina destinate alle piazze di spaccio napoletane, operando tramite canali clandestini in parallelo alle regole della detenzione. La vicenda segnala anche una lunga quanto pesante crisi economica personale: un debito di gioco stimato tra i 50 e i 60 mila euro, non assoggettato alle sole entrate illegali della cella.
La pressione dei creditori ha amplificato le tensioni, arrivando a colpire anche i familiari di De Pasquale. Particolarmente inquietante è il racconto riguardante la compagna dell’affiliato, messa in mezzo a richieste di truffe ai danni di anziani per “ripulire” la perdita accumulata al tavolo verde. Lei ha rifiutato di prestarsi a un piano predatorio e ha resistito alla pressione esercitata dall’organizzazione.
Gli investigatori hanno anche messo in rilievo una svolta interna al sistema: De Pasquale sarebbe stato esposto a una brutale aggressione all’interno dello stesso carcere di Siracusa, elemento che mostra come la rete non sia solo esterna, ma tenga stretti contatti e pressioni anche dall’interno. Il quadro è quello di una figura centrale che, stretto tra debiti, minacce e una rete di alleanze, si trova a confrontarsi con la propria posizione nella catena del racket, mentre la detenzione continua a fungere da terreno di gioco per interessi ben al di fuori delle mura.
La vicenda è ancora in fase di sviluppo e gli elementi emersi ne mostrano la portata: non si tratta di feudali scontri tra quartieri, ma di una confederazione di interessi economici che opera con strumenti moderni per controllare affari illeciti, anche lontano dal contatto diretto tra i singoli clan. La procura rimane cauta, sottolineando la necessità di distinguere tra indagini e responsabilità definitive, mentre gli accertamenti proseguono per chiarire ruoli, responsabilità e legami tra i vari gruppi coinvolti.
La situazione, al momento, resta aperta: la cornice fornita dall’indagine descrive una mutazione della criminalità organizzata, ma molti dettagli devono ancora essere annotati dagli investigatori. Gli esiti degli accertamenti continueranno a definire I ruoli, le dinamiche e le possibili evoluzioni di questa rete che, oltre a muovere ingenti flussi di droga, sembra aver trasformato le carceri in centri nevralgici di un potere criminale dalla portata inedita.Dalle celle di un carcere del Mezzogiorno, una nuova collaborazione tra un detenuto e la giustizia ha messo in luce una rete di narcotraffico capace di mettere insieme diverse anime della criminalità napoletana e non solo. L’apporto del pentito, unito alla consegna di dispositivi mobili utilizzati all’interno del penitenziario, ha fornito agli inquirenti elementi concreti su una centrale operativa operativa 24 ore su 24, capace di coordinare ordini, estorsioni e commercio di cocaina anche dall’interno delle strutture detenti. L’ordinanza del Gip descrive il quadro emerso come “un quadro davvero allarmante”.
I telefoni consegnati non erano semplici strumenti di svago: per i collaboratori diventavano terminali di comando che permettevano di comandare affiliati e contatti esterni senza ostacoli, aggirando i limiti imposti dalle regole carcerarie. Secondo quanto emerge dall’indagine, l’uso di tali dispositivi ha consentito di orchestrare carichi di droga, intimidire testimoni e spartire i profitti in modo continuativo, con possibilità di coordinarsi anche con emissari di clan avversi.
La ricostruzione investigativa parla di una vera “pax” tra clan storicamente in competizione, una cooperazione mirata a gestire grandi volumi di cocaina e a proteggere così i rispettivi territori. Tra i nomi coinvolti nella lettura della rete criminale figurano il clan Troncone, radicato nei quartieri occidentali di Napoli; il clan Mazzarella, presenza extend di varie aree cittadine e provinciali; il Licciardi, vertice dell’alleanza di Secondigliano; e i gruppi Avventurato di Acerra e Gionta di Torre Annunziata. Una federazione della droga che, attraverso chat e videoconferenze, avrebbe collegato una cella a Siracusa, una a Milano Opera e i padiglioni di Secondigliano e Poggioreale, rendendo possibile una gestione centralizzata anche in regime di detenzione.
L’indagine è condotta dai Carabinieri di Napoli Bagnoli e dalla Polizia Penitenziaria. Le verifiche hanno evidenziato una gestione operativa dei contatti e dei flussi di droga che ha superato i confini territoriali e ha ridotto agli arresti l’impatto della detenzione sui processi criminali. L’analisi forense dei dispositivi ha affiancato le dichiarazioni del pentito, rafforzando l’immagine di una rete in grado di coordinare azioni di estorsione, consolidamento delle alleanze tra gruppi rivali e spartizione degli utili.
Il contesto della Campania resta al centro di queste sirene investigative: dall’area napoletana a Acerra, passando per Torre Annunziata, la trama descritta dall’inchiesta mostra come l’organizzazione sia riuscita a trasformare le carceri in nodi decisivi della macchina del traffico di droga. I magistrati sottolineano l’esigenza di guardare con attenzione ai meccanismi di controllo dall’interno, ai canali di contatto con l’esterno e alla possibilità che nuove figure entrino in contatto con i vertici della rete.
Restano aperti numerosi profili da chiarire: quali altri contatti esterni siano stati attivati e quali risvolti abbiano avuto sul territorio campano nelle settimane precedenti. Gli accertamenti sono in corso, e la stessa inchiesta è destinata a proseguire per fare luce su dimensioni e responsabilità della rete descritta dall’ordinanza. Nel frattempo, l’attenzione resta alta sui possibili sviluppi, confermando come la criminalità organizzata continui a reinventarsi attraverso nuove vie di contatto e di controllo che superano le barriere della detenzione.
