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Chat criptate al centro del maxi-processo contro il clan Fezza-De Vivo, 55 riti abbreviati

Chat criptate al centro del maxi-processo contro il clan Fezza-De Vivo, 55 riti abbreviati

Summa Mater, maxi-processo della Dda di Salerno: 84 imputati tra Pagani, l’Agro e i Monti Lattari itera una nuova fase nella lotta alle mafie locali. L’inchiesta, partita in tempi recenti e sviluppatasi rapidamente in un contesto di riorganizzazione criminale, mette al centro una cosca capace di estendere il proprio dominio su un territorio ampio e variegato della Campania.

Nel corso dell’udienza preliminare dello scorso settembre è stato decretato il giudizio immediato per gli indagati coinvolti nel blitz. In totale sono 84 le persone formulate a giudizio, mentre 55 tra esse hanno scelto di definire la posizione processuale attraverso il rito abbreviato, optando per una strada rapida e condizionata per la propria sorte giudiziaria. Le imputazioni, tra loro molto pesanti, riguardano un ventaglio di reati che va dall’associazione di stampo mafioso al traffico internazionale di droga, passando per tentato omicidio, estorsione aggravata, riciclaggio, detenzione di armi e un canale parallelo di furto e riciclaggio di autovetture di lusso.

La situazione processuale è resa ancora più delicata da un aspetto tecnico-giudiziario che ha visto il Gup affrontare una questione cruciale riguardante l’acquisizione di chat e dati provenienti da criptofonini criptati. Le chat decrittate via Sky ECC, decrittate con l’assistenza di autorità francesi per mezzo dell’Ordine Europeo di Indagine, sono state ripercosse nel quadro delle indagini. Il giudice ha respinto l’eccezione di illegittimità costituzionale sollevata dalle difese, ritenendo che la verifica della legalità e della tutela dei diritti non sia esaurita in sede cautelare o di giudizio ma venga affrontata nel merito. Questa concezione, consolidata anche da precedenti giurisprudenziali citati in aula, ha confermato la legittimità dell’uso di quei canali di informazione all’interno del contesto istruttorio.

Le radici dell’inchiesta affondano nel periodo tra dicembre 2022 e l’inizio delle operazioni su vasta scala. In quella fase la cosca, pur registrando arresti e un tentativo di contrazione dell’organizzazione, aveva riordinato i propri equilibri: dalla latitanza di uno dei capi alla sostituzione dei ruoli familiari, un ridisegno che ha visto anche il coinvolgimento di donne e di tre minori come elementi centrali della dinamica interna. L’indagine ha potuto contare su una mole consistente di dati provenienti dalla messaggistica cifrata, grazie al lavoro congiunto di commissioni investigative internazionali. Le ricostruzioni hanno indicato un perimetro di interessi estesi oltre Pagani, toccando Sarno, Sant’Egidio del Monte Albino, Angri e, in misura maggiore, altri centri come Sant’Antonio Abate e Santa Maria La Carità, dove venivano orchestrate attività di spaccio e repressioni del dissenso.

Sul piano operativo, l’esame delle comunicazioni cifrate ha permesso di stimare una movimentazione di droga pari a circa 750 chilogrammi, concentrata nell’arco di quattro o cinque mesi e proveniente da canali transnazionali che includono Sud America, Spagna e Paesi Bassi. Un quadro che, insieme alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, alimenta una narrativa di contesto in cui la cosca appariva nelle condizioni di gestire flussi criminali su scala regionale e transfrontaliera.

Tra i pentiti spicca un volto noto: Vincenzo Petranovic, 31 anni, figlio di Tommaso Fezza, meglio noto come o furmaggiar. Dopo essere stato catturato a Milano in occasione di un primo blitz e ritenuto fino a quel momento sfuggente alle autorità, si è messo a disposizione della giustizia, offrendo nuove chiavi di lettura sull’organizzazione e sulle sue reti di legami.

Guardando avanti, il calendario giudiziario indica una data decisiva per le prossime settimane: il 22 ottobre è prevista la requisitoria della pubblica ministeressa Elena Guarino, seguito dall’intervento delle difese. Un giudizio che potrebbe riconfigurare diversi profili delle posizioni processuali e delineare nuove piste sulle responsabilità all’interno di una rete criminale che ha saputo espandersi ben oltre i confini originari.

La vicenda segna una tappa significativa nella lotta all’associazione mafiosa in Campania: non è solo una disputa di numeri o di capi storici, ma una fotografia di come un territorio possa essere plasmato da una rete criminale capace di riorganizzarsi, ampliare i propri orizzonti, e continuare a dominare flussi di droga e potenti interessi economici. Resta da verificare quanto emergerà nelle prossime udienze, ma l’attuale assetto giudiziario offre una cornice di prudente severità che potrebbe affinare ulteriormente la mappa delle responsabilità e degli assets illegali, con sviluppi destinati a dettare nuove dinamiche per la lotta contro la criminalità organizzata in Campania.

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