L’inchiesta sui Troncone mette in luce un traffico di cocaina orchestrato dall’interno del carcere: il broker Emanuele De Pasquale, detenuto in regime di Alta Sicurezza a Siracusa, avrebbe gestito un flusso illecito di droga sfruttando telefoni cellulari introdotti in cella e una rete operativa di contatti all’esterno, concentrata nel quartiere Fuorigrotta di Napoli.
Secondo l’ordinanza cautelare emessa a marzo, l’esistenza e l’operatività del clan Troncone sono state cristallizzate per la prima volta dall’indagine in corso. De Pasquale sarebbe stato il punto di raccordo tra fornitori detenuti, legati a fazioni rivali, e una rete di affiliati che gestiva la vendita al di fuori delle mura carcerarie. Il meccanismo avrebbe trasformato il carcere in un vero e proprio hub logistico per il traffico di stupefacenti, con il broker che fungeva da gestore del flusso, approvvigionandosi da contatti internamente ristretti per poi alimentare i canali di vendita esterni.
Ma il quadro non si limita al lato droga. L’inchiesta descrive un intreccio in cui la ludopatia di De Pasquale ha giocato un ruolo chiave: invece di saldare i carichi di dosi, i proventi venivano dilapidati in scommesse online e clandestine. In poche settimane l’individuo accumulò un debito stimato in 49.000 euro, paventando un contesto di crescenti pressioni tra fazioni rivali. Le cifre del debito includono 18.000 euro contesi dai Mazzarella (tramite Luciano Barattolo, Ciro Terracciano e Giuseppe Damiano), 13.000 euro ai Ferrara-Cacciapuoti di Villaricca, 11.000 euro al clan Gionta di Torre Annunziata (per il tramite di Ciro Coppola) e 7.000 euro agli Avventurato di Acerra (con Emanuele D’Agostino).
Le conseguenze non hanno riguardato solo i conti: la dinamica ha alimentato una campagna estorsiva in carcere, caratterizzata da pestaggi in cella con l’uso di forbici, videochiamate punitive e minacce ai familiari all’esterno. In alcuni casi si sarebbe anche tentato di costringere la compagna di De Pasquale a ingaggiare truffe ai danni di anziani nel Nord Italia per recuperare liquidità.
L’indagine svela una verità inquietante: chi comanda dentro le mura non sempre resta tagliato fuori dai meccanismi di potere. Alcuni esponenti di rilievo, come Gianfranco Leva (clan Licciardi) e Aniello Mosella (clan Giannelli), avrebbero assunto ruoli di garanzia, partecipando a ratifiche di accordi punitivi. Dall’altro lato, Giuseppe Troncone – attualmente detenuto a Milano Opera e titolare di un cellulare non autorizzato – avrebbe scelto una linea di freddezza: respinto un ordine di aiuto al proprio staff, avrebbe autorizzato la minaccia o la violenza solo se ciò serviva a proteggere l’equilibrio economico del clan e a far recuperare il denaro dovuto ai membri della famiglia.
Tra i capi di imputazione contestati dal Tribunale di Napoli, con il gip Antonino Santoro, figura una molteplicità di reati aggravati dal metodo mafioso e dall’agevolazione camorristica. Tra gli indagati figurano De Pasquale, Votivo, Cuneo, Coppola, D’Agostino, Cacciapuoti, Barattolo, Terracciano, Damiano e anche un minorenne, Luca Pepe, per traffico e detenzione di stupefacenti in diversi ruoli e contesti legati a questa rete criminale.
La parabola di De Pasquale e del cluster Troncone rischia di offrire una lettura dura: un sistema che, pur tra mura carnerarie, riesce a pilotare flussi criminali e a imporre un prezzo di violenza su una vasta area di Napoli e provincia. L’indagine prosegue: resta da chiarire la dinamica completa delle alleanze tra clan, nonché l’ampiezza delle responsabilità individuali dietro a una così articolata rete di illeciti. Per ora, la procura di Napoli continua a scavare tra i contorni di un’inchiesta che dipinge un mosaico complesso di droga, debiti, estorsioni e controllo criminale che supera i confini delle carceri e mette a rischio la stabilità di quartieri interi.Napoli, una rete criminale tra clan della città finisce al centro di un’indagine che coinvolge estorsioni, violenze in carcere e reati contro gli anziani. Dieci indagati tra Napoli e provincia sono stati raggiunti da provvedimenti e si contano nove arresti in carcere e quattro persone deferite a piede libero. Le accuse contestate includono estorsione aggravata, lesioni, tentate estorsioni e pratiche truffaldine messe in atto ai danni di anziani, con una dinamica che avrebbe visto il coordinamento tra il mondo esterno e l’ambiente carcerario tramite telefonini illegali.
Il quadro investigativo mette in luce una lenta ma meticolosa rete criminale capace di agire sia all’esterno sia all’interno delle carceri. Secondo quanto ricostruito, l’estorsione è stata promossa dai creditori e avallata da Giuseppe Troncone nei confronti di Emanuele De Pasquale e della sua famiglia, costringendoli a consegnare contanti come acconti e minacciando ritorsioni, anche di matrice violenta. Un caso emblematico sarebbe emerso dall’incontro monitorato dalle telecamere al bar Grimaldi, dove sarebbero stati sequestrati 6.450 euro e dove sarebbero stati definiti ulteriori pagamenti.
Parallelamente, la separazione tra mandanti e esecutori si è riflessa in episodi di violenza fisica all’interno del carcere, dove De Pasquale sarebbe stato aggredito con calci, pugni e una forbice appuntita da parte di alcuni componenti legati ai clan, tra cui Troncone come figura di riferimento. La dinamica della querelle tra i soggetti coinvolti resta ancora al vaglio degli inquirenti, con l’ipotesi di ulteriori sviluppi investigativi.
Un ulteriore capitolo riguarda la tentata estorsione e la tentata circonvenzione ai danni di una coppia di anziani, realizzata attraverso la coercizione della compagna di De Pasquale, Valentina Di Tuccio, affinché si recasse in alcune località del Nord Italia con l’obiettivo di perpetrare truffe volte a estinguere un debito. L’esito resta sospeso a cause di circostanze non controllabili.
La rete avrebbe trovato modo di coordinare attività illecite anche dal carcere tramite l’uso illecito di telefoni cellulari da parte di vari detenuti, tra cui Cacciapuoti, Coppola, Mosella, Leva, Terracciano, D’Agostino e Troncone, facilitando contatti esterni e l’organizzazione di traffici illeciti e ritorsioni.
Tra i protagonisti, nove soggetti risultano destinatari di misure cautelari in carcere: Baratto Luciano, detto Lucianiello, 34 anni, affiliato al clan Mazzarella; Cacciapuoti Domenico, detto Mimmo ’o Piccirillo, 36 anni, appartenente al clan Ferrara-Cacciapuoti di Villaricca; Coppola Ciro, 24 anni, del clan Gionta; Cuneo Raffaele, detto Albero, 28 anni, intermediario/acquirente; D’Agostino Emanuele, detto o Tunno, 29 anni, esponente del clans Avventurato di Acerra; Damiano Giuseppe, detto o Chiatto, 24 anni, legato al Mazzarella/De Luca-Bossa; Mosella Aniello, 32 anni, del clan Giannelli; Terracciano Ciro Rosario, 34 anni, del clan Mazzarella; Troncone Giuseppe, 29 anni, capo del clan Troncone.
Quattro indagati a piede libero completano l’elenco: De Pasquale Emanuele, detto EDP, 28 anni, ritenuto organizzatore del clan Troncone e, successivamente, collaboratore di giustizia; Leva Gianfranco, 70 anni, affiliato al clan Licciardi; Vaccaro Gaetano, detto Chiccotto, 51 anni, uomo di fiducia dei Troncone; Votivo Gennaro, 23 anni, corriere e gestore dei proventi delle scommesse.
L’inchiesta, partita dall’esame di episodi concreti come l’incontro al Bar Grimaldi, prosegue per ricostruire i dettagli dell’organizzazione e verificare eventuali altre responsabilità. In una provincia dove i contatti tra clan e criminalità organizzata hanno radici lunghe, gli accertamenti in corso mirano a fare chiarezza sulle dinamiche di estorsione, violenze e condotte illecite che si sarebbero intrecciate tra ambienti esterni e la rete carceraria. Napoli e l’area circostante restano al centro di un’indagine che cerca di far luce su un sistema di intimidazioni, debiti e promesse di ritorsioni che avrebbe accompagnato diverse condotte criminali.
