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Rione Toiano: la faida flegrea e le rivelazioni dei pentiti sui killer implicati

Rione Toiano: la faida flegrea e le rivelazioni dei pentiti sui killer implicati

L’ombra di un crimine irrisolto riemerge a Pozzuoli, dove, il 19 giugno 1997, il Rione Toiano diventò teatro di un’inaudita esecuzione. Quella sera, il sangue inondò le strade e i cortili, segnando un capitolo drammatico della storia camorristica locale. Le vittime, Domenico Sebastiano, alias “Mimì capemorto”, e Raffaele Bellofiore, conosciuto come “Lelluccio o’ biondo”, furono colpite da un attacco del tutto spietato, orchestrato da un commando armato con fucili a canne mozze e armi automatiche.

I fatti tornano a galla poiché il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare per Fabio Allegro e Raffaele D’Alterio, ritenuti coinvolti nel duplice omicidio ancora avvolto dal mistero, aggravato da premeditazione e metodo mafioso.

### La rivalità camorristica e il tentativo di pacificazione

Per decifrare la genesi di questo crimine brutale, è utile recuperare il clima di tensione nella camorra flegrea degli anni ’90. Da un lato c’era il potere di Sebastiano e Bellofiore; dall’altro, l’avanzata del cartello legato a Gennaro Longobardi e Gaetano Beneduce, sostenuti dal clan Polverino di Marano. Un tentativo di mediazione guidato da Nicola Pianese, avvenuto circa un anno prima dell’agguato, fallì miseramente. Un vertice segreto a Qualiano si concluse con un rifiuto categorico di Sebastiano all’ingresso dei “quartaioli” nel territorio puteolano.

La mancata intesa sancì, di fatto, la condanna a morte dei due capi protagonisti.

### Un racconto dalla parte dei pentiti

La rivelazione della verità è emersa grazie alle testimonianze di diversi collaboratori di giustizia. Fra questi, Roberto Perrone ha rivelato dettagli inquietanti sulla pianificazione dell’agguato. Allegro, all’epoca reggente del clan Polverino, spiegò come avesse partecipato attivamente all’attacco, utilizzando un furgone blindato per garantire la sicurezza dei killer.

Le inquietanti cronache di Perrone svelano aneddoti inquietanti: il fraintendimento tra Longobardi e Ruggiero, la cui telefonata avvenne mentre si trovavano vicini prima del raid, e il fatale incidente in cui Longobardi cadde durante la fuga, suscitando l’ira del boss Giuseppe Polverino.

Queste testimonianze potrebbero portare a sviluppi significativi nell’indagine, rivitalizzando un caso che, dopo quasi trent’anni, non sembra ancora trovare pace.Il tribunale ha confermato l’obbligo di custodia cautelare per due uomini accusati di un omicidio avvenuto a Pozzuoli quasi trent’anni fa. La dinamica del crimine, che ha messo in luce intricati legami tra clan criminali, si è chiarita grazie alle testimonianze di pentiti e ad approfondite indagini.

Fabio Allegro e Raffaele D’Alterio sono stati indicati come protagonisti chiave dell’agguato. Allegro non solo ha pianificato l’attacco, ma ha anche svolto un ruolo attivo: si è spostato a bordo della sua auto quale “vedetta”, monitorando la situazione e avvisando il gruppo dell’eventuale arrivo delle forze dell’ordine. Secondo gli inquirenti, fu proprio lui a suggerire il nome del conducente del furgone che avrebbe dovuto effettuare l’irruzione.

D’Alterio, noto come “Lelluccio ‘a signurina”, è stato scelto per la sua “faccia pulita”, necessaria a non destare sospetti nell’ambiente locale. Dopo aver guidato il furgone durante l’operazione, D’Alterio ha segnalato il successo della missione con un lampeggio delle luci, prima di allontanarsi.

La documentazione di questi eventi si fa densa di tensione. Dopo l’omicidio, Allegro e un complice si sono incontrati con Giuseppe Simioli per assicurarsi che tutto fosse andato secondo i piani. Giunti a casa del boss Gennaro Longobardi, l’atmosfera era elettrica: la notizia dell’uccisione dei capi rivali ha generato esultanza tra gli affiliati, segnando un significativo spostamento di potere nel territorio flegreo.

Nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dall’evento, il GIP ha ritenuto le esigenze cautelari attuali, vista la continua attività criminale di Allegro e D’Alterio, testimoniata dai loro casellari giudiziari. Le loro condanne per crimini gravi, inclusi traffico di stupefacenti e omicidio, rimarcano un’esistenza legata a una carriera malavitosa che non ha mai conosciuto interruzioni. Di conseguenza, entrambi dovranno affrontare ora le conseguenze delle loro azioni in carcere.

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