Cronaca di Napoli
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Napoli al centro dell’affare milionario sui subappalti truccati

Napoli al centro dell’affare milionario sui subappalti truccati

Inchiesta sull’Alta Velocità Napoli-Bari: 20 misure cautelari e un intreccio tra imprese, funzionari pubblici e tangenti

Un’indagine coordinata dalla Procura di Napoli e guidata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza ha portato all’esecuzione di 20 misure cautelari nell’ambito di un sistema di appalti e collaudi legati al cantiere della linea ad alta velocità Napoli-Bari. L’inchiesta descrive un tessuto di rapporti corruttivi che avrebbe sfruttato le fasi di controllo e i rapporti con tecnici e dirigenti pubblici per aggirare verifiche e ottenere benefici personali, secondo l’ipotesi accusatoria.

Al centro della vicenda emergono i fratelli Dante e Raffaele Salzillo, che secondo l’ordinanza parlavano apertamente di interlocutori istituzionali e di ruoli contrattuali. Le acquisizioni testimoniali ed intercettazioni mostrano una rete di contatti ai piani alti, con riferimento al direttore del Nacav, Alessio De Luca. Le registrazioni raccontano un clima di scambio e fluidità tra aziende e funzionari: in una delle conversazioni intercettate i Salzillo si riferiscono a De Luca con toni decisamente espliciti, aggiungendo che “Quello è un mangione, prende soldi da tutte le parti”. La procura annota che, pur senza dichiarazioni definitive, tali frasi indicano un flusso di favori e denaro all’interno del processo di gestione degli appalti.

Le carte dell’inchiesta ricostruiscono un ventaglio di presunti regali e pagamenti: bonifici per 18.300 euro relativi all’acquisto di una quota di un appartamento a Roccaraso destinata a Vincenzo Moriello; una busta contenente 5.000 euro consegnata a Aristodemo Busillo, legale rappresentante di Hirpinia Av, accompagnata dalla frase lapidaria “Cà s’è pigliata a mazzetta”. Non mancano, tra i racconti della presunta corruzione, riferimenti a viaggi e regali di prestigio: mini crociere in yacht a Capri, un orologio Cartier valutato 7.900 euro, auto di lusso, un trattore tagliaerba da 3.722 euro e un iPhone. Il “ budget aziendale” includerebbe anche un fondo di 10.000 euro destinato a un direttore tecnico e 4.000 euro per un addetto agli acquisti; a dicembre sarebbero stati consegnati cinque orologi di lusso per un valore complessivo di 19.900 euro.

L’inchiesta non si limita all’ambito finanziario. Dai carotaggi nelle gallerie in Irpinia emerge una frode di provenienza tecnica: calcestruzzo depotenziato fornito dal Gruppo Marinelli, impiegato per contenere i costi a discapito della tenuta strutturale dell’opera. Sul versante ambientale, l’indagine segnala pratiche di gestione dei detriti di scavo firmate Gentile Ambiente di Grottaminarda: detriti contaminati da amianto sarebbero stati declassificati mediante codici fuorvianti, una condotta di cui gli inquirenti vogliono accertare la gravità e la diffusione.

L’aspetto umano della vicenda è quello più delicato: secondo l’inchiesta, 34 operai hanno lavorato a turni massacranti, spesso fino a venti ore al giorno, nelle gallerie irpine interessate dal cantiere. La dimensione lavorativa della presunta frode si lega così a una cornice di responsabilità più ampia, che mette in discussione la gestione dei controlli su un progetto di rilevanza nazionale, finanziato anche con fondi del PNRR.

Dal canto suo, la Procura di Napoli e la Guardia di Finanza mantengono il silenzio sui dettagli processuali e sugli sviluppi futuri. Secondo quanto emerso, gli accertamenti sono in corso e la dinamica dell’intera rete resta al vaglio degli investigatori. Nei prossimi giorni potrebbero emergere ulteriori elementi su ruoli, responsabilità e eventuali responsabilità penali dei soggetti coinvolti.

Il contesto resta quello di un luogo simbolo del progresso infrastrutturale della Campania: una grande opera pubblica che, attraverso denaro, contatti e pratiche discutibili, rischia di mostrare anche il proprio volto oscuro. Le autorità competenti continueranno a verificare l’esistenza di eventuali reati, la provenienza delle risorse e la reale incidenza di tali condotte sui tempi, sui costi e sulla sicurezza delle gallerie interessate dal cantiere. Gli esiti delle indagini arriveranno nelle sedi opportune per fare piena luce su un capitolo delicato della filiera degli appalti pubblici.Cantieri sotterranei, sfruttamento e infiltrazioni: l’inchiesta che coinvolge 34 lavoratori egiziani nei cantieri della Campania

Un’indagine giudiziaria in corso por­ta l’occhio su una rete di sfruttamento della manodopera straniera nei cantieri di Napoli e provincia. Secondo gli elementi finora acquisiti, 34 operai egiziani sarebbero stati costretti a turni estenuanti all’interno di gallerie, vivendo in alloggi improvvisati e prive di condizioni igienico-sanitarie adeguate. Le condizioni descritte dagli inquirenti dipingono un quadro di gestione oppressiva, con lavoratori trattati in modo rigidamente vincolante e privati di libertà di movimento durante le giornate lavorative.

Gli accertamenti indicano turni che talvolta raggiungevano le venti ore, con interruzioni rare e sistemazioni di fortuna che non offrivano i requisiti minimi di igiene e sicurezza. Le fonti investigative segnalano che il sistema avrebbe generato profitti illeciti consistenti: circa mezzo milione di euro all’anno, ricavato dall’intermediazione tra datori di lavoro, fornitori e manodopera, a danno dei diritti fondamentali dei lavoratori. L’attenzione degli inquirenti si è concentrata non solo sulle condizioni di lavoro, ma anche sulla rete di interessi economici che avrebbero alimentato tale meccanismo.

Parallelamente, l’inchiesta ha allargato lo sguardo al comparto nautico e agli aspetti fiscali legati alle forniture e ai movimenti di fatture. In questo contesto, sarebbe emersa la posizione di Antonio Amato, amministratore della Nauticamato e presidente dei Giovani Imprenditori dell’Unione Industriali di Napoli, indicato tra gli indagati relativamente a un presunto giro di fatture false legate alla compravendita di un’imbarcazione denominata “Italiamarine 38”. L’interessato avrebbe respinto ogni addebito, secondo quanto riferito dalle fonti legate all’indagine, mentre l’esame contabile prosegue per chiarire la natura dei transiti economici coinvolti.

Tra le acquisizioni dell’inchiesta emergono contatti tra alcuni operatori della filiera e soggetti ritenuti vicini al clan camorristico Belforte di Marcianise. Tuttavia, il giudice ha al momento escluso l’aggravante mafiosa dal quadro contestato, una valutazione che resta soggetta agli esiti degli sviluppi processuali. Il dibattito tra gli investigatori ruota intorno alla reale incidenza di tali rapporti sulle dinamiche illecite riscontrate nei cantieri, e sulla possibilità che altre figure o imprese possano entrare a far parte del filone investigativo.

Quello che emerge dall’inchiesta è una fotografia inquietante di un sistema che antepone il profitto illegale alla sicurezza e al rispetto delle norme. Le autorità hanno sottolineato la necessità di una bonifica dei cantieri coinvolti, non solo per arginare pratiche criminali, ma anche per restituire slancio e trasparenza a un settore cruciale per lo sviluppo regionale. In questo senso, Napoli e la Campania si ritrovano a dover confrontarsi con una sfida di ampiezza non solo giudiziaria ma anche sociale: garantire condizioni di lavoro decenti e verificare la regolarità operativa di realtà economiche che partecipano a grandi progetti infrastrutturali.

Gli accertamenti restano in corso. Le indagini proseguiranno per definire responsabilità, tracciare origini degli illeciti e valutare l’estensione delle presunte reti di malaffare che avrebbero intrecciato lavoro, fiscalità e affari. In attesa degli sviluppi, resta centrale la necessità di controlli più stringenti sui cantieri, una migliore vigilanza sulle filiere e una maggiore tutela per i lavoratori stranieri impiegati in settori di grande rilievo strategico per la modernization della regione.

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