A Napoli la Corte d’Appello arriva all’epilogo del maxi-processo sul cosiddetto “super clan dei servizi”, l’organizzazione che, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, avrebbe trasformato alcune carceri italiane in vere e proprie centrali operative della camorra. L’obiettivo dell’udienza finale è la sentenza, attesa per il 2 novembre, dopo la discussione conclusiva degli avvocati difensori e la replica della pubblica accusa, fissata nel calendario procedurale.
Secondo l’accusa, la rete dietro al gruppo avrebbe messo in piedi un sistema capace di fornire ai boss detenuti strumenti e supporti logistici per continuare a impartire ordini dall’interno delle celle: droga, telefoni cellulari e altri mezzi di comunicazione sarebbero stati resi disponibili anche da dentro le mura penitenziarie. Il processo è stato calendarizzato davanti alla Corte d’Appello di Napoli, con la chiusura delle repliche che precede la lettura della sentenza.
Il contesto della discussione non è solo giudiziario. Nel corso di questa fase si è incentrato un acceso dibattito tra il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, e i vertici dell’amministrazione penitenziaria sull’uso dei jammer, gli inibitori di frequenza impiegati per bloccare le comunicazioni illegali dentro gli istituti. «Sui jammer il ministero della Giustizia ha deciso di impegnarsi qui a Napoli con una prima sperimentazione, nel carcere di Secondigliano, che ha avuto successo. Ora si pensa di acquistarne altri quattro per interessare, in una prima fase, cinque istituti penitenziari, a partire da quelli di alta sicurezza», ha detto Gratteri. La sperimentazione, stando ai dati comunicati dal Ministero, avrebbe bloccato in 24 ore circa 24mila tentativi di chiamata, pari a quasi mille tentativi all’ora. Tuttavia, mentre le autorità hanno pubblicamente celebrato i risultati, alcuni residenti dei quartieri confinanti al carcere hanno denunciato disfunzioni nelle connessioni telefoniche e Internet nelle loro abitazioni, attribuendole proprio ai jammer.
L’indagine è anche una delle iniziative più pesanti della Dda contro il “service” dei clan: il 19 marzo 2023 scattò un maxi-blitz che portò all’esecuzione di 21 misure cautelari, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Gli investigatori hanno ricostruito l’esistenza di una struttura specializzata nell’introduzione di telefoni cellulari, droghe e altri oggetti vietati all’interno di 19 carceri italiani, dalla Sicilia al Piemonte, passando per Calabria, Puglia e Campania. Secondo gli inquirenti, il carcere di Secondigliano fungeva da snodo centrale per permettere ai capi delle cosche di controllare attività criminose anche dall’interno.
Gli elementi accusatori includono dettagli di natura operativa: le consegne avvenivano prevalentemente tramite droni pilotati da operatori esperti in grado di superare le barriere di sicurezza delle strutture detentive. È emersa anche una sorta di tariffario: mille euro per introdurre uno smartphone; 250 euro per un telefono che serviva solo per le chiamate vocali; fino a 7 mila euro per far recapitare mezzo chilo di sostanza stupefacente all’interno degli istituti di pena.
Il quadro accusatorio poggia su una vasta rete di intercettazioni, servizi di osservazione e soprattutto sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia. In particolare, l’analisi delle conversazioni della moglie di un detenuto avrebbe rivelato anche il coinvolgimento di quattro appartenenti alla Polizia Penitenziaria, accusati di aver favorito, dietro compenso, l’ingresso di droga e telefoni cellulari dentro gli istituti.
Tra gli imputati figurano figure ritenute vicine ad alcune delle principali organizzazioni camorristiche dell’area. L’istruttoria prosegue con la definizione delle posizioni delle persone coinvolte e la verifica di eventuali altri elementi degni di approfondimento. Gli esperti della Dda sottolineano che resta ancora molto da chiarire su dinamiche e responsabilità effettive, mentre la definizione delle responsabilità definitive attenderebbe l’esito delle prossime fasi processuali e delle eventuali pronunce definitive.Processo d’Appello sulla criminalità organizzata: 29 condanne in primo grado e 250 anni complessivi, adesso attesa la sentenza definitiva
Nel quadro di un procedimento che ha interessato l’area metropolitana di Napoli e la sua provincia, il ricorso in Appello su una delle vicende più complesse degli ultimi anni resta al centro dell’attenzione giuridica. In primo grado si era chiuso con 29 condanne e una somma di pene che sfiora i 250 anni di reclusione.
Tra gli imputati figura una serie di nomi di rilievo, alcuni dei quali legati ai clan della zona. Tra i principali appare Ciro Contini, noto anche come “’o Nirone”, ritenuto vicino al clan Contini e nipote del boss Eduardo Contini. Accanto a lui compaiono Matteo Balzano, Giovanni Baratto e Cristian Esposito; a completare la lista, Maria Nappi, moglie del ras Massimiliano Esposito “’o Scognato”. L’elenco degli indagati ingloba inoltre affiliati ai gruppi Abbinante, Vigilia, Fusco di Cercola, Mazzarella, De Micco, Puccinelli, Sibillo e Del Prete, oltre a soggetti provenienti da Caivano, Soccavo e Torre Annunziata.
L’udienza di Appello è stata definita tra le più impegnative nell’ambito della criminalità organizzata: una caratteristica che fa espresso riferimento all’impatto su geografie criminali e alle sfide processuali che ha comportato. La sentenza definitiva resta ora al centro dell’attenzione, con una parte degli imputati che ha scelto di chiudere la propria posizione tramite concordato in appello.
Nel dettaglio, tredici degli imputati hanno optato per il concordato, mentre altre tredici posizioni sono state discusse in aula con istruttoria ordinaria, concentrandosi soprattutto su coloro che avevano pene più elevate da definire. La dimensione del caso ha richiamato l’attenzione non solo per i numeri, ma anche per la complessità delle articolazioni difensive.
Nel contesto difensivo hanno operato diversi avvocati: tra i nomi che hanno assistito gli imputati figurano Roberto Saccomanno, Abet, Giuseppe Perfetto, Domenico Dello Iacono, Leopoldo Perone, Rocco Maria Spina, Dario Carmine Procentese, Massimo Viscusi, Minieri, Fernando Quaranta, Beniamino Palma e Antonio Bucci. Un ruvido ritratto di una vicenda processuale che ha visto schieramenti variegati, con una folta schiera di professionisti al fianco degli imputati.
L’esito dell’Appello resta incerto: la sentenza definitiva potrebbe chiudere una pagina importante della cronaca giudiziaria della regione, ma la definizione dei ruoli e delle responsabilità richiederà ancora tempo nelle sedi competenti. Per ora, l’attenzione resta alta su una vicenda che, per dimensioni e articolazione, è stata tra le più complesse affrontate negli ultimi anni nell’area metropolitana di Napoli e nella provincia.
