Ferdinando Russo racconta la pianificazione e l’esecuzione del colpo sotterraneo ad Aversa, con intercettazioni che confermano la strategia della banda.
A Napoli, il crimine non dorme mai e lo dimostra la clamorosa rapina avvenuta alla gioielleria Marotta di Aversa, progettata con una meticolosità che lascia sbalorditi. Il piano, orchestrato da un gruppo di cinque uomini, è emerso in tutta la sua complessità, rivelando un’operazione durata più di un mese. Ferdinando Russo, uno dei membri della banda, è stato arrestato lo scorso novembre e ora sta collaborando con le autorità.
Le indagini hanno svelato che l’idea principe era quella di entrare nel negozio scivolando attraverso fogne e tubature. Gli uomini della banda hanno lavorato per venti giorni, attrezzati con mazze, cazzuole e martinetti idraulici, per creare un passaggio sotterraneo funzionante. Ma non è finita qui: per orientarsi nel buio, i rapinatori hanno lasciato un fazzoletto come segnale all’interno di un tombino. Un complice in superficie svolgeva il ruolo di palo, segnalando con rumori i movimenti dei suoi compagni nel sottosuolo.
La situazione è diventata precaria qualche giorno prima dell’assalto, quando un’ispezione congiunta di Vigili del Fuoco, Polizia Municipale e Carabinieri ha messo a rischio il piano della banda. Secondo quanto si apprende, gli operatori non hanno trovato il luogo esatto dello scavo, permettendo ai malviventi di procedere come pianificato.
Il colpo è avvenuto all’alba, intorno alle 7:30. Con un crick, la banda ha sfondato il pavimento e ha sorpreso il titolare insieme a due clienti, immobilizzandoli e rinchiudendoli in un retrobottega. Mentre il figlio del proprietario tentava una disperata fuga, i ladri hanno razziato la gioielleria, portando via pezzi pregiati, tra cui un Rolex di un cliente. Doppia fuga, abbandonando armi e indumenti sporchi nei tombini, come se nulla fosse accaduto.
Le intercettazioni ambientali della Squadra Mobile di Caserta hanno confermato la dinamica del colpo, rivelando il tentativo di Ferdinando di prendersi tutta la colpa per proteggere la famiglia. Ma le registrazioni hanno tirato in ballo più complici e hanno fatto emergere progetti per futuri colpi.
Il clima di tensione è palpabile. “Abbiamo sentito un forte rumore e poi il caos”, commenta un residente della zona. Le indagini restano aperte e le forze dell’ordine stanno cercando di prevenire ulteriori episodi simili. Intanto, nel quartiere si continua a discutere della sicurezza e dei rischi legati a un fenomeno criminale che, purtroppo, sembra destinato a ripetersi.
La vicenda mette in luce le complesse dinamiche criminali che interessano l’area di Aversa, lasciando interrogativi sulle modalità di controllo del territorio. La domanda ora resta aperta: fino a che punto può spingersi la criminalità organizzata nella capitale del Sud?
