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Cronaca

Tragedia funivia Monte Faito: «Incuria umana» e 26 indagati, il dramma continua

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Tragedia funivia Monte Faito: «Incuria umana» e 26 indagati, il dramma continua

Tragedia al Monte Faito: un anno dopo, la funivia che ha straziato il cuore di Napoli torna a far parlare di sé, tra indagini complesse e interrogativi che restano irrisolti. La procura di Torre Annunziata ha avanzato un’ipotesi inquietante: che la caduta della cabina non sia dovuta a un evento naturale, ma a “incuria umana”.

In quella maledetta giornata, quattro vite si sono spezzate e una quinta è rimasta gravemente ferita. “È una tragedia che poteva essere evitata”, ha dichiarato il procuratore Nunzio Fragliasso, sottolineando come i controlli di sicurezza debbano essere “effettivi e periodici”. Ma le domande più pressanti restano: chi è responsabile? Cosa è stato fatto per garantire che un’eventualità simile non si ripeta mai più?

Le indagini avviate subito dopo il crollo si sono dimostrate complesse, una battaglia contro il tempo e il territorio impervio. La cabina, rimasta sospesa tra gli alberi a decine di metri da terra, ha complicato i lavori di recupero. “Sono stati giorni di fatica e tensione”, ha raccontato un soccorritore presente sul campo. “Ogni mossa era rischiosa, ma dovevamo farlo per le vittime.”

Ad oggi, sono ventisei gli indagati, tra cui dirigenti e tecnici dell’EAV, la holding del trasporto pubblico della Regione. Le persone offese includono la sola superstite del dramma e i familiari delle vittime. “Questa situazione ha cambiato le nostre vite per sempre”, ha affermato un testimone, scosso ma determinato a cercare giustizia. Intanto, il numero degli avvocati coinvolti continua a crescere, portando il totale a trenta. La macchina giudiziaria sembra ingolfata da questa situazione.

Le indagini hanno infatti richiesto tempi lunghissimi: più di 150 giorni di lavoro, oltre mille uomini impiegati, tra vigili del fuoco, polizia e esperti. Fragliasso ha enfatizzato la complessità dei reperti catalogati, sottolineando che “questi elementi saranno fondamentali per stabilire le eventuali responsabilità”. Ma non bastano i numeri a placare l’ansia di una città intera, mai dimentica della tragedia.

Mentre il processo si avvicina, il dolore e la rabbia dei napoletani si mescolano a un senso di impotenza. Non resta che attendere cosa emergerà da questo mare di incertezze. Come si potrà garantire la sicurezza in futuro? Sarà davvero possibile che un evento simile non si ripeta mai più? La questione rimane aperta e la città chiede risposte.Nel primo anniversario della tragedia di Castellammare di Stabia, una giornata di commemorazione ha scosso i cuori e unito le comunità. Quattro vite spezzate per sempre, legate da un destino tragico: Carmine Parlato, il macchinista 59enne; Janan Suliman, la giovane palestinese-israeliana di soli 25 anni; e la coppia britannica, Margaret e Derek Winn, rispettivamente di 58 e 65 anni. Gli occhi di tutti erano puntati sull’unico sopravvissuto, il fratello di Janan, tornato in Israele per affrontare le conseguenze di un’incidente che continua a far vibrare le corde della memoria collettiva.

Nel suggestivo Santuario del Monte Faito, circondato da un silenzio carico di emozioni, l’arcivescovo Francesco Alfano ha officiato una messa in suffragio. Parole pesanti come macigni quelle pronunciate: «Siamo qui per commemorare un momento di sofferenza e di morte, ma anche per assumerci la responsabilità di evitare che simili tragedie si ripetano». La sorella di Carmine Parlato, unica testimone materiale di quell’orrendo giorno, ha ripercorso con gli occhi la dolente assenza di chi non c’è più.

La cerimonia si è conclusa con la deposizione di una corona di fiori nel luogo in cui, un anno fa, il disastro si consumò. “Il silenzio fuori ordinanza” suonato da un giovane trombettista ha dato voce a una tristezza collettiva perdurante. A valle, nella stazione EAV, sotto la cabina verde rimasta ferma nel tempo, il messaggio era chiaro: l’oblio non è un’opzione.

Il sindaco Luigi Vicinanza ha ringraziato le autorità britanniche, sottolineando l’importanza della collaborazione tra paesi in momenti di crisi. «La loro presenza è stata fondamentale – ha detto – è stata un segno di vicinanza a chi ha perso i propri cari». Umberto De Gregorio, presidente di Eav, ha scelto le parole di dolore e tristezza per esprimere la propria vicinanza, rimarcando l’impegno verso la ricerca della verità.

Ma il nodo rimane: come poter evitare che simili tragedie si ripetano? La città si interroga e le responsabilità ancora pendono nell’aria, mentre il ricordo di quelle vite spezzate continua a sollecitare il dibattito pubblico, lasciando i cittadini con un’unica domanda: cosa fare per garantire che non succeda mai più?

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