Cronaca
«Caso Domenico, a Oppido l’angoscia cresce: “Il cuore dava segnali”»
Napoli, il cuore di un bambino torna a far discutere. Un caso che potrebbe segnare la storia della cardiochirurgia nella città partenopea. «Due giorni dopo il trapianto il cuore aveva dato dei piccoli segnali e avevamo sperato che ripartisse», ha dichiarato il cardiochirurgo Guido Oppido durante l’interrogatorio davanti al gip Mariano Sorrentino. Parole che rivelano una tensione palpabile e una speranza che si è scontrata con la fredda realtà della medicina.
La Procura di Napoli è sulle tracce di ciò che è andato storto durante il delicato intervento chirurgico del 23 dicembre: il trapianto del piccolo Domenico Caliendo all’ospedale Monaldi. I magistrati hanno richiesto la sospensione del cardiochirurgo e delle altre figure coinvolte, cercando di fare chiarezza su una situazione che ha toccato profondamente l’opinione pubblica.
Nel corso dell’interrogatorio, Oppido ha descritto, passo dopo passo, il momento cruciale dell’espianto del cuore malato. Il nodo principale resta il clampaggio dell’aorta, un momento fatidico che ha sollevato dubbi. «Io ho effettuato il clampaggio dell’aorta quando il contenitore isotermico con il nuovo cuore era già arrivato in sala operatoria», ha insistito, contraddicendo quanto riportato nelle schede cliniche.
La questione temporale è fondamentale. La cartella clinica annota che il flusso sanguigno è stato interrotto alle 14:18, ma un video agli atti mostra il cardiochirurgo all’opera alle 14:34, mentre estrae il cuore dal torace del bambino. Dati che, se confermati, potrebbero ribaltare l’attuale ricostruzione dei fatti.
Durante l’interrogatorio, è emerso anche un particolare inquietante: il nuovo cuore risultava parzialmente congelato. «Una volta scoperto che il cuore era in quelle condizioni non c’era altra scelta che tentare comunque il trapianto», ha spiegato Oppido. Un tentativo disperato, che ha allegato alla già tragica vicenda una nuova serie di interrogativi.
Ho sentito il parere di un testimone presente in sala operatoria: «Tutti noi speravamo che il cuore funzionasse. Era una questione di vita o di morte». La speranza, però, si è trasformata in impotenza e ora i riflettori sono puntati sull’operato dei medici e sulla loro responsabilità.
Mentre la città discute animatamente, il caso di Napoli introduce un altro dibattito su quanto possa essere sottile il confine tra speranza e disperazione nella medicina. Cosa accadrà ora? Gli avvocati di Oppido hanno già avviato una difesa basata su consulenze di esperti europei, ma le domande restano aperte. Qual è il prezzo della speranza in un contesto così complesso e delicato? I cittadini vogliono risposte e la cronaca non può tardare.Il grido di dolore si spande nel quartiere di Chiaia, mentre la città si scopre sotto shock dopo un intervento chirurgico finito in tragedia. I riflettori sono puntati sul cardiochirurgo Giuseppe Oppido, accusato di essere il colpevole di un’espianto irregolare. La notizia ha immediatamente suscitato un fervente dibattito tra i cittadini, alcuni dei quali non esitano a esprimere la loro opinione. «Se c’è qualcosa che non va, chi deve rispondere?», chiede un passante con tono accigliato.
Da giorni i carabinieri stanno indagando su questa vicenda, esaminando documenti e testimonianze per ricostruire quanto accaduto il 23 dicembre scorso, giorno dell’intervento. La tensione è palpabile, e le domande affollano le menti di molti: quali sono realmente le responsabilità di chi opera in sala?
«Il nostro obiettivo — spiega l’avvocato Manes che difende Oppido — è dare al giudice una ricostruzione fattuale diversa, basata su evidenze tecniche e scientifiche». Secondo la difesa, ci sarebbero delle anomalie nelle cartelle cliniche, in particolare una riguardante i valori pressori registrati nel momento critico dell’intervento. Un errore di scrittura, dicono, che potrebbe cambiare le carte in tavola.
A Chiaia, i residenti non si limitano a commentare. I social esplodono di post e discussioni appassionate, con molti che sostengono la verità del medico, mentre altri chiedono giustizia per il paziente. «Se il dottore ha sbagliato, deve pagarne le conseguenze», afferma una giovane donna. Eppure, altri riflettono: «Se l’errore era nella documentazione, il vero colpevole è il sistema?».
Ora i riflettori si spostano sul gip, che dovrà decidere nei prossimi giorni se accogliere la richiesta della Procura per sospendere Oppido dalla professione o se lasciarlo continuare nella sua attività, bollettino alla mano. Il dibattito è aperto e la comunità è in attesa, con una domanda inquietante che aleggia: chi proteggerà i pazienti in un contesto così complesso?
