Cronaca
Raid a Sant’Anastasia, bimba colpita alla testa: la mafia colpisce ancora
La paura ha un volto, e quella sera del 23 maggio 2023, a Sant’Anastasia, era il volto di una mitraglietta spruzzante proiettili nel cuore di una piazza gremita. Una sparatoria che ha sfiorato la strage, trasformando un tranquillo momento di svago in un incubo. La notizia è tornata alla ribalta con la recentissima decisione della Suprema Corte di Cassazione, che ha confermato l’aggravante del metodo mafioso per i colpevoli di questo atto scellerato.
“Quello che è accaduto non può essere giustificato in alcun modo”, ha dichiarato un ufficiale delle forze dell’ordine, evidenziando la follia dell’azione violenta di Emanuele Civita e un complice, all’epoca minorenne. La tensione e la paura sono palpabili nei ricordi di chi ha assistito a questa brutale dimostrazione di potere criminale.
Tutto è cominciato per un banale confronto di strada. Due ragazzi, feriti nel loro orgoglio, si sono sentiti costretti a rispondere all’“affronto” di un gruppo di coetanei che non si erano lasciati intimorire davanti alla loro pistola. In sella a uno scooter e armati, hanno scelto di colpire. Sparare nel mucchio, tra famiglie e bambini, è diventato il loro modo di ripristinare la supremazia. Proiettili volavano come pioggia, e la furia cieca ha travolto tutto.
Tra i colpiti c’era una bambina di soli 10 anni, un innocente in mezzo a un incubo, mentre la madre lottava per sopravvivere con una ferita all’addome. Il padre, eroe contro il destino, ha fatto scudo con il suo corpo, salvando la vita del figliolettino ma portando su di sé le cicatrici di una notte terribile.
“Abbiamo solo voluto un gelato,” ha raccontato con le lacrime agli occhi una testimone, mentre il ricordo di quella serata si mescola al dolore che ha invaso la comunità. E mentre le armi non sono mai state ritrovate dai responsabili, la giustizia prosegue il suo cammino nelle aule dei tribunali. Ma le ferite rimangono, e non solo quelle fisiche.
A tre anni dalla sparatoria, le vittime e le loro famiglie continuano a essere seguite da medici e psicologi. Il trauma è un’ombra che non svanisce, un peso che ogni giorno affligge le loro vite. “Nessuno dovrebbe vivere quello che abbiamo vissuto”, ha detto il padre, evocando la fragilità della quotidianità a Sant’Anastasia.
Mentre il processo continua, ci chiediamo: cosa dovrà ancora accadere perché le strade del nostro paese tornino a essere sicure? Qual è il prezzo che i cittadini devono pagare per fermare questa spirale di violenza? La storia di questa sparatoria non è solo una cronaca nera; è un grido di aiuto che risuona nei cuori di chi è rimasto a guardare.
