Napoli, la sfida dei giovani: paura del carcere o dell’invisibilità?

Napoli, la sfida dei giovani: paura del carcere o dell’invisibilità?

Napoli – Il grido di aiuto dei giovani si fa sempre più forte, ma sembra cadere nel vuoto. Siamo andati nella periferia per dare voce ai numeri drammatici del rapporto Dis(armati). Qui, in un bar di via Metastasio, abbiamo incontrato Antonio, un operatore sociale che da quindici anni vive e lavora nei quartieri “di frontiera”. Il suo sguardo è un misto di apprensione e determinazione.

«Quello che vediamo nei dati è solo l’eruzione del vulcano», ci dice. «Sotto c’è un magma di solitudine che bolle da anni». Ciò che Antonio descrive è una realtà in cui i minori di oggi non vedono la violenza come un crimine, ma come un linguaggio. «Un ragazzino di 14 anni usa una pistola come biglietto da visita perché non ha parole per esprimere il proprio disagio. Questo non è il fallimento dei ragazzi, ma del sistema attorno a loro».

Il rapporto segnala un “arruolamento a basso costo” da parte dei clan: come avviene questo aggancio? La risposta di Antonio è illuminante: «È un marketing spietato. Offrono ciò che lo Stato non dà: appartenenza, protezione e denaro immediato. Di fronte a un “capo” che sfoggia l’auto di lusso, la speranza di un percorso scolastico si sgretola». I clan sanno bene che i minorenni rischiano meno e li usano come carne da cannone.

L’argomento del Decreto Caivano e del possibile approccio punitivo fa sollevare le sopracciglia ad Antonio. «Il carcere è un’università del crimine. Se chiudi un ragazzo senza un vero progetto educativo, tornerà in strada con più rabbia e contatti. Il controllo va bene, ma la punizione senza riabilitazione è solo un modo per lavarsi la coscienza».

Cosa serve per invertire la rotta? Antonio non ha dubbi. «Siamo a Napoli e servono spazi di libertà. Se l’unico posto dove un giovane può aggregarsi è una piazza di spaccio, la malavita vincerà sempre». Le sue proposte suonano come un appello disperato: scuole aperte fino a sera, educatori pagati degnamente e vere opportunità di lavoro.

«Pochi giorni fa un ragazzino mi ha detto: “Antonio, io non ho paura di morire a 20 anni, ho paura di vivere come mio padre per 80 anni senza mai avere niente”». Queste parole risuonano come un eco inquietante. È la mancanza di speranza la vera emergenza, un’urgenza che richiede attenzione immediata.

Se potesse parlare ai decisori politici, Antonio chiuderebbe con un forte invito: «Smettetela di gestire Napoli come un’eterna emergenza. Investite sui giovani. Disarmare significa dare loro qualcosa di concreto, non un’arma, ma un libro, un mestiere, una dignità». Le sue parole restano sospese nell’aria, come un grido che chiede risposte in un contesto sempre più complesso. Qual è il futuro di questi ragazzi? E chi sarà disposto a ascoltarli?

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