Napoli è sotto assedio. Un’impennata allarmante dei casi di epatite A sta creando panico tra i cittadini. Dal primo gennaio, l’Asl Napoli 1 Centro ha registrato ben 65 casi, un aumento dieci volte superiore alla media degli ultimi dieci anni. I numeri parlano chiaro: 3 contagio a gennaio, 19 a febbraio, e, in soli diciannove giorni di marzo, 43 infezioni. La preoccupazione è palpabile.
Il sindaco Gaetano Manfredi non ha perso tempo. Ha emesso un’ordinanza che vieta il consumo di frutti di mare crudi nei negozi. “È una misura necessaria per proteggere la salute pubblica”, ha dichiarato con tono grave. Ma la situazione va oltre le semplici ordinanze. La Regione sta intensificando i controlli lungo l’intera filiera dei molluschi bivalvi, considerati i principali veicoli di trasmissione del virus.
L’epatite A si diffonde attraverso cibi o acqua contaminati, e la paura è che i contatti ravvicinati possano propagare ulteriormente l’infezione. A Napoli, il rischio si fa concreto. I sintomi, che includono febbre e dolori addominali, non sono sempre evidenti, specialmente nei bambini. Un virus invisibile sta mettendo in crisi una città che già lotta con le sue fragilità.
Negli uffici sanitari, le telefonate si susseguono incessantemente. “Non possiamo permettere che questo virus si diffonda”, affermano le forze dell’ordine che vigilano nei mercati. Ma la gente ha paura. Nei quartieri come il Vomero e Chiaia, le persone si scambiano notizie e avvisi, chiedendosi se sia davvero sicuro mangiare pesce.
La vaccinazione è l’unica vera arma contro l’epatite A, ma non tutti ne sono a conoscenza. E mentre il sole di Napoli splende, sulla città pesa un’ombra inquietante. Sarà sufficiente fermare il virus prima che diventi un’emergenza sanitaria? La popolazione resta in allerta, interrogandosi su cosa riserva il futuro.