Antonio Caliendo non riesce a dimenticare la sera tra il 22 e il 23 dicembre 2025 a Napoli. Quella notte ha segnato il confine tra una vita normale e un incubo senza fine. Domenico, il suo piccolo, entra nel Monaldi, e per la famiglia inizia una corsa disperata contro il tempo.
“Quella mattina venne a mancare mio padre Antonio. E poche ore più tardi scoprimmo la malattia grave di mio figlio. In 24 ore mi cadde il mondo addosso”, racconta a voce rotta. Antonio fa il muratore e da quel giorno tutto è cambiato. Domenico soffriva di cardiomiopatia dilatativa, una diagnosi che ha trasformato un bambino in un paziente e una casa in una sala d’attesa.
Antonio e Patrizia, i genitori, aggrappati a un’unica speranza, si affidano ai medici del Monaldi. “Non sono tutti cattivi, in quell’ospedale, c’è anche tanta gente brava”, precisa Antonio. Ma dentro di lui cresce un tarlo di inquietudine. “Non voglio più vedere quel professor Oppido. Sarà la magistratura a fare chiarezza”, dice con un tono di delusione che scuote l’aria.
Poi arriva la notizia che potrebbe cambiare tutto: un cuore nuovo. Tornano in ospedale e in un momento di pausa, lontano da camici e corridoi, Antonio si trova vicino a una macchinetta di bibite con Domenico e un amico. “Lello, sento qualcosa di strano dentro di me, andiamo via, me lo riporto a casa mio figlio!”, confessa, ma l’amico lo ferma: “Per lui da domani comincia una vita nuova”.
Antonio non riesce a pensare all’intervento. La sua mente vaga su ricordi semplici, i giochi sul lettone di casa, mentre tutto intorno diventa enorme e tecnico. “Io lo sentivo che finiva male”, dice riferendosi al recupero del cuore. “Ho visto delle foto incredibili: ma erano fuori di testa quelli che partirono da Napoli per andare a Bolzano a prendere il cuore con quel frigo?”.
Dopo Capodanno, la situazione cambia. “Ho capito che le cose erano andate male perché dopo i festeggiamenti i medici sparirono tutti, nessuno ci venne a dire più niente”, ricorda. È un silenzio che pesa, un’assenza devastante che trasforma la paura in angoscia. In quei giorni, la tensione lo divora. “Ero molto nervoso”, racconta, menzionando un litigio con le guardie giurate, tre giorni prima della morte di Domenico.
È una storia di speranza e disperazione, di attese e assenze. Antonio si ricorda l’ultima volta che ha visto suo figlio. “Patrizia e l’ultimo vestito. Il nostro piccolo, il nostro amore…” La chiusura resta sospesa, come un’ombra che aleggia su una famiglia distrutta. Che cosa succederà ora? Cosa ne sarà della loro lotta per la verità? Napoli osserva, in silenzio, pronta a rispondere a queste domande.Napoli è scossa da un dolore profondo. La morte di Domenico, un bambino di soli sei anni, ha gettato nella disperazione una famiglia intera e ha acceso un dibattito che travalica i confini del privato. “Non ci sono parole per descrivere ciò che stiamo vivendo”, racconta la madre, Patrizia, con la voce rotta dalla sofferenza. Il piccolo, malato da tempo, ha lasciato un vuoto incolmabile, ma la sua figura resta viva nei ricordi di chi lo amava.
“Domenico è diventato un angioletto”, dice la madre, mentre si asciuga le lacrime. Ha acquistato un vestitino speciale per il suo “ultimo viaggio”, un abito con la cravatta e la coppolella in testa, proprio come quando andava a passeggio con il nonno Antonio in un angolo del Quartieri Spagnoli. Era un bambino “coraggioso”, dice il padre, un lottatore. “Sento che ci sta mandando la forza per andare avanti”. La comunità è incredula, il dolore si mescola a una crescente rabbia.
L’ennesima tragedia ha acceso i riflettori su un sistema sanitario che, anche a Napoli, lascia a desiderare. “Non possiamo tollerare che altri bambini affrontino ciò che ha vissuto Domenico”, afferma a gran voce Antonio, il padre. La sua promessa al figlio non è solo un momento di addio: “Avrai giustizia”, ha detto, con la determinazione tipica di chi sa di combattere una battaglia importante.
Tra la commozione e il desiderio di giustizia, la famiglia ha deciso di agire. Insieme all’avvocato Francesco Petruzzi, annunciano la creazione di una fondazione in memoria di Domenico. “Servirà per aiutare i bambini che soffrono”, chiarisce Antonio. “Non è giusto che muoiano com’è morto mio figlio”. La fondazione potrebbe rappresentare una nuova speranza per tanti, ma il nodo centrale rimane: chi è realmente responsabile di questa tragedia?
La magistratura avrà il suo lavoro da fare, ma intanto in tanti si chiedono se questo sia il modo in cui vogliamo che la nostra Napoli venga ricordata. Il rintocco della campana funebre resta nell’aria, e la città sembra porsi una domanda cruciale: sarà mai possibile garantire davvero salute e sicurezza ai suoi bambini?